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cultura dell'immagine e della parola

Il silenzio vale più delle parole

Agli albori degli anni Settanta, quando la scienza ha (fantascientificamente) dato il via alla clonazione umana con il benestare dei governi di tutto il mondo, i cloni vivono allo scopo di fornire “pezzi di ricambio” agli uomini “veri”. Solo nelle tranquille lande inglesi dell’istituto di Hailsham viene perseguita una politica di valorizzazione dei cloni, istruiti ed educati diligentemente al fine di dimostrare ai più la pari dignità tra questa specie inferiore e la razza umana. È qui, e poi ai Cottage, che tre studenti, Kathy, Tommy e Ruth, trascorrono la loro infanzia e la loro adolescenza, inizialmente all’oscuro del futuro che li attende. Pensieri dell’oggi e memorie dei tempi andati si sovrappongono costantemente tra le riflessioni e i dialoghi di questo triangolo relazionale e amoroso. I tre ragazzi sono incapaci di scucire i legami con un passato e un senso di appartenenza che è tutto ciò che gli resta, soprattutto una volta appurato che ad attenderli sarà la carriera di “donatori”, condannati a morire, poco a poco, pezzo dopo pezzo, in giovane età, in favore degli uomini “veri”.

Questo, in breve, il dramma racchiuso nel romanzo-diario di Kazuo Ishiguro Non lasciarmi, adattato per il grande schermo da Mark Romanek. Una trama esile, ma alquanto suggestiva, che vive non tanto di accadimenti, quanto di pensieri, riflessioni ed elucubrazioni, in gran parte di Kathy, la voce narrante. Regista di videoclip musicali e dell’unica pellicola One Hour Photo (2002), Romanek compie un grande lavoro di analisi sulle atmosfere e sulla psicologia dei tre personaggi principali, dando garbatamente sostanza alle emozioni che scaturiscono dalle pagine fitte di Ishiguro. Il punto di vista privilegiato nel film è quello di Kathy, così come nel libro è sua la narrazione in prima persona. A ben vedere, però, Romanek riesce a trasmettere qualcosa di ancora più profondo rispetto all’opera originale: dove Ishiguro abbonda di dettagli incastonati in uno stream of consciousness spurio, il regista riduce, infatti, la parola all’essenza, cercando di esaltare l’immagine e le sensazioni che essa evoca e di giocare molto sulla capacità espressiva dei tre attori protagonisti, Carey Mulligan, Andrew Garfield e Keira Knightley: tre fantastici interpreti che mettono completamente da parte il proprio ego e si calano nella parte fino a immedesimarsi corpo e anima nei ruoli loro assegnati.

Quale migliore mezzo espressivo, se non le immagini, per trasmettere poeticamente il senso di solitudine e alienamento di questi tre ragazzi, incagliati in un destino, a cui non sanno o non vogliono ribellarsi? Che cosa c’è di meglio di uno sguardo, per veicolare il sentimento di amicizia che li lega, che è qualcosa di più grande, in realtà, dell’amicizia stessa, persino dell’amore? È il senso di condivisione di valori, di appartenenza a una comunità, quella di Hailsham, che ha dato loro, indirettamente, gli strumenti per capire e affrontare la vita e la morte, per trovare in essa uno scopo, per sentirsi parte di un microcosmo, nel macrocosmo dell’umanità, che mai, se non di sfuggita, si intersecherà con il loro. I paesaggi scarni, i campi lunghi, i silenzi che rallentano solo apparentemente il ritmo del film, offrono spazio alla riflessione da parte dello spettatore, il quale tocca con mano l’impotenza dei tre ragazzi di fronte a un meccanismo tarato alla perfezione e irreversibile; un meccanismo che li ha catalogati fin dalla nascita e non offre vie di scampo. Le esperienze descritte da Romanek mostrano, con pochi tratti ficcanti, quella sensazione di vita vissuta in parallelo al mondo, vita altra, vita che non si consuma negli eventi, quanto nei “non-eventi”, nei ricordi, nei pensieri dei protagonisti. Filo rosso della pellicola, come del romanzo, una canzone blues malinconica e polivalente, Never Let Me Go, cantata dalla star degli anni Cinquanta Judy Bridgewater, personaggio fittizio nato dalla penna di Ishiguro. Ovvio che, anche in questo caso, la potenza della musica “ascoltata”, piuttosto che “letta”, favorisce l’amplificazione della risposta emotiva dello spettatore. Fino a un tripudio di commozione da parte di chi vede dispiegarsi la pellicola. Romanek sceglie di rispettare pedissequamente lo spirito del romanzo, come pure la trama, fin nei singoli eventi. [img4]Lo fa, però, con cognizione di causa, tagliando ciò che nel libro stona perché poco “lirico” (per esempio l’indulgere di Kathy nel ricordo delle sensazioni suscitate dal fare sesso).

Adattamento fedele, ma ragionato, dell’omonimo romanzo, Non lasciarmi è un toccante, profondo e valido esempio di come un film possa aggiungere valore a un testo scritto, senza doverlo stravolgere. È anche una chiara prova di quanto la riflessione possa essere stimolata attraverso il silenzio e attraverso la purezza di una fotografia e di un racconto che non si piegano alle interpretazioni soggettive e deformanti del regista e, ancor prima, della produzione.

Non lasciarmi, romanzo di Kazuo Ishiguro, 2005
Non lasciarmi, regia di Mark Romanek, 2010

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