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Il canto delle stelle è un sussurro malinconico

Il canto delle stelle è un sussurro malinconico

Tornando a casa per Natale. Un titolo che farebbe pensare alla classica commedia romantica natalizia o, nel caso di spettatori particolarmente prevenuti, a un cine-panettone sui generis, dove invece di andare in Sud Africa o in qualche altra amena località, le festose (e festive) volgarità tipiche del genere vengono scambiate all’interno delle mura domestiche. Il Natale è una festa chiassosa e kitsch, rituale privo di liturgia e per questo scarnificato, tradotto in simboli e luoghi comuni il cui valore non va oltre la loro oggettività, la mera emissione vocale di una frase buona per la “festa più attesa dell’anno”. Tale ritualità estremizzata nella simbologia, ma non nel significato del simbolo, si riflette inevitabilmente nel cinema, da cui ci aspettiamo (e che, da parte sua, alimenta) il rispetto del “canone natalizio”, fatto di abeti gravidi di addobbi e vetrine di centri commerciali di fronte a cui scambiarsi auguri ed effusioni; di Babbi Natale di tutte le dimensioni, armati di pacchi regalo infiocchettati, e di presepi invasi da legioni di angeli e pastori; di case ovattate di calore e di pranzi familiari luculliani. Abituati (piacevolmente o meno) a tutto ciò, il film di Bent Hamer ci coglie di sorpresa, totalmente impreparati, e il titolo, che aveva fatto presagire una certa trama, a noi ben nota perché vista e rivista, suona quasi come una beffa. Dove sono i negozi, le loro luci, le loro stelle sbrilluccicanti? Dove le case calde, che racchiudono doni e profumi di cibi succulenti? Dove gli abbracci soffocanti, dove l’amore sfacciato che dura solo per un giorno? Il regista norvegese ci priva di tutto ciò e infrange completamente il “canone natalizio” a cui siamo assuefatti, parla del Natale utilizzando i simboli di questa festa in modo non convenzionale, anti-natalizio, ma così facendo restituisce agli stessi un significato, un valore, trasformando la festa più consumistica dell’anno in un esempio di autentica poesia.

Le confortanti ambientazioni domestiche vengono sostituite da una piccola città della sua terra d’origine, bianca di neve e di ghiaccio, spazio siderale in cui si muovono stelle solitarie, angeli erranti alla ricerca di quanto hanno di più caro, nel tentativo di brillare, di cantare, almeno un’ultima volta ancora. In questa città gli abeti vengono rubati, o accompagnano divi dimenticati nel loro ultimo viaggio; Babbo Natale è un papà divorziato, che mette KO il suo rivale pur di riabbracciare i suoi figli e di portar loro i doni; Maria e San Giuseppe sono due profughi scappati dalla guerra, soccorsi da un medico che riscopre, in una baracca contesa alla neve, di amare ancora sua moglie. In questa città, di fronte all’unica vetrina addobbata, un ragazzo rifiuta la festa, le sue luci, la cena in famiglia, per star vicino alla ragazza amata e guardare con lei il cielo, giovani pastorelli alla ricerca della stella guida, e una donna aspetta da tempo di distruggerne un’altra per prenderne il posto nel suo ruolo di moglie. Natale sembra per Bent Hamer il momento in cui tutta la solitudine che proviamo vien fuori, trabocca dal nostro cuore, e ci spinge a far ritorno alla città che amiamo, alla donna della nostra vita, ai figli che non vediamo da settimane. Ma in ciò non c’è nulla di zuccheroso, nulla che voglia muovere ad una compiaciuta e ruffiana commozione: mai augurio è stato più autenticamente struggente di quello dato da questo bislacco Babbo Natale al suo bambino attraverso una rozza maschera di plastica, mai Natività è stata più sacra di quella che si inscena in questa casetta di fortuna, dove “Maria” viene ripagata con il dono della vita per una vita che, in passato, si era rifiutata di togliere.

Piccolo gioiello nel grigiore e nella mediocrità dei prodotti cinematografici natalizi, Tornando a casa per Natale è un mirabile esempio di come una abusata simbologia, limitata a oggetti che, semplicemente, si tolgono una volta all’anno dalle scatole che celiamo in soffitta per poi essere lì riposti, possa essere trasfigurata in una allegoria della solitudine e del bisogno d’amore, e di come si possa ambientare una storia durante il 25 dicembre senza dover costringere gli spettatori a un tour de force nella melassa o nella mediocrità. Il canto delle stelle, una volta tanto, si è sublimato in un dolce e malinconico sussurro.

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