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cultura dell'immagine e della parola

Autoritratto in soggettiva

Autoritratto in soggettiva

Operazioni cinematografiche come questa si possono vivere in due modi: ci si può lasciare andare alla completa partecipazione emotiva oppure continuare ad osservare il film con la giusta distanza. Generalmente il compromesso tra questi due atteggiamenti è la scelta più saggia, ma di fronte al film autobiografico, tratto dal libro autobiografico, dell’unico civile sopravvissuto all’attentato di Nassirya è difficile giudicare a mente fredda la scelta espressiva del film. Eppure il mestiere del critico implica la necessità di saper tenere quella giusta distanza, per cui diciamolo subito: 20 sigarette è un film profondamente pasticciato, spesso sopra le righe e soprattutto sbagliato nella scelta dei toni. Nel primo quarto d’ora, per esempio, i continui sbalzi temporali tra passato e presente più che descrivere confondono il personaggio e soprattutto infastidiscono per l’inutilità di un virtuosismo fine a se stesso. Tanto che poi la storia continua linearmente.

Ammettiamo che il racconto in Iraq, scandito dal numero di sigarette fumato dal protagonista, ha una sua poesia e originalità, ma purtroppo la regia (giustamente) troppo sentita esagera con la voce fuori campo e con trovate sensazionalistiche. Vedi la scena del soldato Ficuciello in cui viene descritto come un gigante buono: fotograficamente carica, narrativamente inutile se non a sottolineare un affetto emotivo e quindi una futura tragedia. Ma è l’ormai nota e insistita soggettiva con la quale l’attentato viene vissuto (dall’entrata in caserma, fino all’arrivo dell’autobomba, continuando per tutto l’attacco successivo) a diventare quanto mai eccessiva. Si punta al cuore e alle lacrime dello spettatore, cercando di farci immedesimare totalmente nella vittima. Ma ce n’era bisogno? Non è una sottolineatura eccessiva di un fatto già di per sé drammatico? Se oltre cinquant’anni fa un breve carrello in avvicinamento sul volto di una morta ammazzata in Kapò (Gillo Pontecorvo, 1959) fece gridare allo scandalo generazioni di critici, ci si chiede a questo punto della Storia a che “grado di etica” siamo arrivati nel cinema contemporaneo.

Straziante invece il ricordo di Stefano Rolla, regista e filmaker, rimasto ucciso nell’attentato e quasi subito dimenticato dai media e dal ricordo collettivo. Giorgio Colangeli è superlativo qui nel donargli forza e spessore. Ribadiamo quindi la totale solidarietà umana ed emotiva con Aureliano e applaudiamo al coraggio, alla determinazione e alla sincerità con il quale ha voluto raccontare la sua storia. Una storia che era da raccontare, per far più luce su un triste capitolo italiano, ma cui forse, proprio per la sua importanza, avrebbe giovato di uno sguardo più neutro o magari una co-regia, come già successo per il libro 20 sigarette a Nassirya, scritta a quattro mani con Francesco Trento.

Curiosità
Il film ha trionfato nella sezione Controcampo Italiano alla 67° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, aggiudicandosi il premio per il miglior film e una menzione speciale per l’attore Vinicio Marchioni. La giuria ha espresso parere unanime ed era composta da Valerio Mastandrea, Susanna Nicchiarelli e Dario Edoardo Viganò.

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