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Goodbye Blackbird

Goodbye Blackbird

Il killer Vincent di Collateral (2004) terminava la sua missione notturna all’interno di un vagone della metropolitana, morto in solitudine. Public Enemies sembra voglia ripescare da quel finale così tragico e umano e simbolico (secondo Vincent specchio dell’indifferenza crudele dell’uomo, tanto da essere convinto che nessuno si sarebbe accorto della sua morte) un’ispirazione per tracciare un percorso opposto, speculare, diverso ma non troppo distante. Dillinger è morto. La macchina da presa digitale di Michael Mann lo mostra con sanguinaria violenza ma estrema sensibilità, senza impedire allo sguardo di vagare tra le luci della Chicago notturna che a breve si spegneranno lasciando l’eroe paradossale di un’intera nazione e il suo orrore sotto i riflettori di un altro spettacolo, fatto di occhi, fotografie e giornali. La gente guarda Dillinger giocare la sua ultima partita, dopo evasioni spettacolari e fughe mitologiche. Il vero orrore è lì, per terra, ma lui è ancora una volta sulla bocca di tutti e negli occhi di tutti. Perché la potenza di John Dillinger (interpretato con sguardo magnetico da Johnny Depp, a conferma del fatto che a Michael Mann piace mettersi alla prova con le star hollywoodiane come aveva fatto in precedenza con Robert De Niro, Al Pacino, James Caan, Russel Crowe, Tom Cruise, Daniel Day-Lewis, Colin Farrell e Jamie Foxx), bandito gentleman e romantico, capo gangster, icona di una ribellione morale che rifletteva la frustrazione popolare durante gli anni della grande depressione, consisteva nel prendersi gioco di chi gli dava la caccia considerandosi il migliore, il più forte, il più furbo. E così era. Finché la sua potenza non ha dovuto fare i conti con la potenza mediatica e con quella del suo antagonista, l’agente dell’F.B.I. Melvin Pervis (interpretato da un altro grande attore come Christian Bale) che dopo un’estenuante caccia al nemico fatta di inseguimenti, colpi di scena, sparatorie e tradimenti, porrà fine alla leggenda di Dillinger.

In questa storia dal profumo epico, Mann esprime tutta la sua idea di cinema-cinema confermandosi un grande autore erede della tradizione classica americana e, forse ancora di più, un grande regista del noir (oggi, forse, l’unico), il genere cinematografico su cui riesce meglio a imprimere il suo mondo interiore. Noir che non solo attraversa trasversalmente diverse sue opere – da Manhunter (1986) a Insider (1999), ma compone la materia di tre film indissolubilmente legati tra loro: Heat (1995), Collateral (2004) e Miami Vice (2006). Public Enemies si aggancia al noir ma non solo. Non avrà forse la profondità, il respiro e l’avvolgenza di Heat, ma possiede le tonalità di una storia corale che mescola diversi personaggi e destini, un taglio sincretistico nel registro narrativo (epico come un western, romantico come un melodramma, avvincente come un poliziesco, cupo come un noir), uno stile che afferma la passione/ossessione verso certi stilemi visivi: la luce notturna e i timbri chiaroscuri; l’apertura alare dei grandangoli; la controllata oscillazione della macchina da presa; l’equilibrio e la giustapposizione tra il montaggio sincopato e la stasi narrativa, tra i silenzi e i rumori. Un film, come gli altri, che gioca per opposizione con i contrasti tanto con le immagini e nei riflessi della fotografia quanto con il commento musicale del sound design. Public Enemies è fortemente agganciato a quel repertorio classico del cinema americano per come mette in scena il suo protagonista: solitario, cupo, coerente ma sfumato, perfettamente aderente al proprio destino. In questa direzione Public Enemies conferma la vocazione del cinema di Michael Mann ad essere doppio e funzionale alla finzione. Dillinger, conosce Pervis ma non riuscirà mai a guardarlo in faccia, nemmeno prima di morire, ma grazie alla messa in scena del duello i due antagonisti scopriranno nell’altro il lato speculare del proprio essere, consapevoli di possedere valori assoluti assai simili, pur di segno opposto, che li porteranno all’estremo limite della loro esistenza, senza mai staccarsi dal proprio essere profondo e vero.

E da questa scatola sensoriale/esistenziale si estende pure l’impossibilità ad amare che rivela la vena romantica del cinema di Michael Mann, già presente nei film precedenti, ma con forme diverse (potenziale o travolgente, impossibile o malinconico). In Public Enemies, Dillinger ama Billie Frechette (Marion Cotillard), ma il loro amore impossibile è destinato a trasformarsi nell’inevitabile causa tragica del tutto. Chiuso dentro una telefonata o soffocato in una fuga mai riuscita. Michael Mann, ancora una volta interessato più a far cambiare prospettiva di osservazione allo spettatore che a raccontare casi di coscienza o di conoscenza di sé, fa assaporare tutto il gusto del suo cinema romantico, tragico e drammatico, che aspira sempre più all’iperrealismo. Con Public Enemies commuove e agita, scatena adrenalina e fa emozionare e crea, ancora una volta, un mondo di visioni parallele che si incontrano.

Curiosità
Nonostante le pessime condizioni, alcuni luoghi calpestati da Dillinger esistono tutt’oggi. Alla produzione è stato concesso il permesso di usare le strutture di tre location nelle quali ci furono le rese dei conti con la legge: il Carcere di Lake County a Crown Point, nell’Indiana; la pensione Little Bohemia a Manitowish Waters, in Wisconsin; il Cinema Biograph in Lincoln Avenue a Chicago, in Illinois. Il film che Dillingher va a vedere al Cinema Biograph è Manhattan Melodrama di W.S. Van Dyke con Clark Gable, William Powell, Myrna Loy.

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