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Viva la costituzione!

Viva la costituzione!

E adesso? Cosa farà Michael Moore? Ora che è riuscito a raccontare le armi di depressione di massa (lavoro, guerra e terrorismo, sanità, crisi economica), ora che il suo più vecchio nemico (George “delle caprette”) vive da pensionato e vacanziero e che il suo vecchio amico (Barack “yes we can”) è più o meno stabile al potere, su cosa accenderà i riflettori del suo prossimo show? Dove si spingerà il ragazzaccio grassoccio e occhialuto (amico della nostra impeccabile e ineccepibile Sabina Guzzanti e nemico del nostro impeccabile e ineccepibile premier Silvio Berlusconi) ora che ha sparato (forse) l’ultima cartuccia contro la creazione (a quanto para deforme) di George W. Bush?

Potremmo sbizzarrirci nelle ipotesi istituendo un sondaggio sul film che Moore realizzerà tra due o tre anni. Certamente potrebbe tentare di snocciolare ancora gli ultimi rimasugli della pessima gestione Bush e precedenti, un po’ come ha fatto in quest’ultima “operazione nostalgia”, divertente e cinefila, pungente e scorretta (ma non troppo), patetica e retorica (come già altre volte), necessaria e irriverente (nessuno può contraddire Moore perché le sue tesi sono già confermate e dimostrate in partenza). Ma rischierebbe di ripetersi, di stancare lo spettatore con le solite cose (giuste, per carità), un po’ come ha fatto in questo Capitalism: a Love Story, di cui non si mettono in discussione le buone intenzioni e nemmeno la forma (che ha il pregio di essere installata in un contesto ritmico travolgente dove la colonna sonora, ancora una volta, amplifica, agevola, incanala, crea la visione), bensì la modalità che appare, gira e rigira, sempre la stessa. Nonostante questo aspetto possa sembrare meno importante di altri, risulta essere decisivo quando Moore, anche in Capitalism, vaga da una parte all’altra del Paese (se non del mondo, vedi Sicko o Bowling) per giustificare il suo operato e la sua magniloquenza, opss, senso di giustizia/bontà. E a volte sembra che il generoso Michael si faccia prendere dal troppo entusiasmo dimostrando, certamente passione, ma pure un incontrollabile senso di ingordigia mista a desiderio di informazione e destabilizzazione dell’opinione pubblica, che, stando al suo cinema, manca un po’ ovunque. Ma poi cosa propone lui? Perché i film di Michael Moore mostrano sempre il lato nascosto delle cose e da queste ombre traggono lo spunto per far scattare nello spettatore l’operazione critica di consenso o dissenso del mondo dell’informazione. Ciò che Moore di continuo insegue nei suoi film è un’opportunità. Sembra voglia offrire allo spettatore la possibilità di andare oltre, di non accontentarsi delle spicciole verità che il mondo dell’informazione maschera o traduce a proprio piacimento, di non fermarsi al primo ostacolo o divieto ma di andare oltre. Soprattutto in questo ultimo finale di partita è lui stesso a convocare gli spettatori in assemblea, a tirar fuori la voce e ad unirsi al coro, a scendere in piazza per esprimere la propria opinione. E in questo è parso più propositivo che altrove.

Tutto lecito e bello anche se, a volte, confezionato come un sermone provocatorio, il buon vecchio Moore deve comunque calibrare la sua passione senza eccedere in narcisismo, come gli era capitato in Fahrenheit 9/11 quando aveva raccontato qualche bugia di troppo (vedi incongruenze con i voli della famiglia di Bin Laden al momento della fuga – ma si sa, quando c’è il Male di mezzo, la verità può essere storpiata, o no?) tanto per rafforzare la sua tesi di partenza: gli elettori (spettatori) americani sono stupidi. Da parte mia continuo a non perdonargli quei primissimi piani lacrimosi e pseudocommoventi, utili solo a conquistare quella parte di pubblico più debole e fragile e temo che se non troverà una nuova chiave d’accesso, tutti i suoi sforzi diventeranno vani. O Moore inizia a sperare che Barack venga fatto fuori dai sondaggi (di necessità virtù, ma poi amici come prima) oppure dovrà fare i conti con un nuovo modo di fare cinema (pare abbia scritto due sceneggiature di finzione, una commedia e un giallo). Ma potrà sempre mettere da parte le sue tante amicizie e concentrarsi su una delle tante altre problematiche made in states, dalla pedofilia (ricordando, ancora una volta, che lui da piccolo era un chierichetto, sfociando inevitabilmente nei racconti sulla Chiesa negli States) a Guantanamo, dalla scuola al razzismo, dalla droga a internet fino ai rapporti internazionali (vedi l’esempio di Stone con Chavez e gli altri presidenti sudamericani), già più o meno affrontate qua e là. Oppure fa prima a tornare in tv.

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