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Il gioco è bello quando dura poco

Il gioco è bello quando dura poco

Siamo sinceri, Funny People non esalta e non esalta in gran parte perché descrive un mondo, quello della stand-up comedy americana, estranea a molti di noi, abituati alle esibizioni televisive dei comici italiani, tra travestimenti e parodie tutte da ridere. La durata eccessiva del film non aiuta a dribblare l’impasse: la storia perde d’ntensità e l’instaurarsi di un rapporto di complicità tra spettatore e personaggi è irrimediabilmente minato. Non da ultimo, il troppo citazionismo produce straniamento; il troppo soffermarsi su un fittizio mondo dello spettacolo, con camei ridondanti e noiosi, crea distacco e suona di voglia di cercare il film “d’autore”. Mancava solo l’ingaggio di tutti i membri della famiglia Apatow (dalla moglie alle figlie – con l’esibizione da “bambina prodigio” della più grande, come nei peggiori show televisivi italiani) per fare di questo film un collage di ricordi privati e ambizioni personali che con lo spettatore hanno poco con cui spartire.

Fatte queste premesse, pare legittimo classificare Funny People come film più maturo rispetto alle due precedenti pellicole, molto più spontanee e piacevoli da guardare. Le materie trattate qui sono più serie e “adulte” – ma, badate bene, la malattia terminale del comico di grido funge, più che da oggetto d’nteresse del regista, da leva di azionamento dell’intero ingranaggio della storia. I problemi messi a nudo sono quelli della generazione dei quarantenni, dalla già citata incursione della malattia nella vita “perfetta” della star di turno alla difficoltà di adeguarsi ad una vita famigliare piatta e frustrante, fino alla nostalgia per un passato non del tutto assaporato e per questo ancora così presente. L’agro-dolce tipico di Apatow ritorna come sempre, ma ci fa sorridere poco e commuovere per niente. A dispetto del titolo, il film non descrive, infatti, persone divertenti, ma fa riflettere piuttosto sulla vacuità delle vite (e delle battute) dei cabarettisti professionisti, nonché sulle prime difficoltà incontrate dalle matricole nell’intraprendere questa dura e miseramente ricompensata attività. L’intreccio del film è attento a descrivere le incongruità della vita e l’amaro che questa lascia in bocca e che bisogna imparare a riconvertire, con ironia, in esperienza costruttiva.

Il protagonista George Simmons, interpretato dal sempre più divinizzato Adam Sandler – che in questi panni annoia un po’ – è un uomo superficiale da cima a fondo, immaturo, ma disincantato all’ennesima potenza. Il suo pupillo Ira, invece, di cui veste i panni Seth Rogen, altro fedelissimo delle commedie di Apatow, è colui che fa veramente sognare e sperare in un una nuova e migliore generazione di comici fanciullini come lui, ingenuo e bambinone, ma puro e genuino (anche Simmons/Sandler, alla fine, si vedrà costretto a deporre le armi, per prendersi a cuore le sorti di questo dolce ragazzotto, così come un vero mentore deve fare). Lo stile di ripresa avvicina la vita quotidiana alla teatralità del cabaret, con inquadrature semplici e fisse, fatte di campo/controcampo che simulano la coppia battuta/risposta. Alcuni registri utilizzati fanno il verso ad un certo stile documentarista, tra cui quello di elogio “funebre” alla celebrità scomparsa. È nelle riprese che nascondono il mezzo cinematografico che il film dà, però, il meglio; quando la macchina e l’occhio del regista non si vedono, non si sentono e lasciano che la storia si racconti da sé. È qui che Funny People funziona e gratifica l’aficionado di Apatow, che si sente parte di una grande famiglia universale, cresciuta a pane e sit-com, a teen-movies e film comici come Tutti pazzi per Mary o ai cult d’azione alla Trappola di cristallo. Qui il vero e inimitabile Apatow, quello casereccio e profondo, ritrova se stesso e rende superflui i momenti di raffinatezza formale responsabili degli intervalli di distacco emotivo. Appropriata e malinconica la colonna sonora, con l’incipit di Paul McCartney e la sua pacata Great Day; curiosa e originale l’interpretazione dell’australiano Eric Bana, il cui passato da attore comico è sconosciuto alla maggior parte di noi. Funny People contiene tutti gli ingredienti giusti in un amalgama tuttavia non ben riuscito, proprio perché a misurare le dosi è stata la bilancia personale e soggettiva del regista, piuttosto che quella dell’interazione con lo spettatore. E così il film si rispecchia in se stesso, doppiando il narcisismo del suo protagonista, che rischia di morire atrofizzato dai ricordi del passato, senza più speranze nel futuro.

Curiosità
Il film abbonda in citazioni, sia a livello extra-diegetico che non: Adam Sandler è vecchio amico del regista, mentre la storia di Ira ripercorre gli anni di gavetta dello stesso Apatow, che tuttavia precisa di avere sempre goduto del sostegno di bravi mentori. Tante sono anche le citazioni dal mondo della fiction (dalla sit-com Tutti amano Raymond al film Tutti pazzi per Mary, dei fratelli Farrelly, 1998), come i camei di star internazionali (Eminem) e non. Gli spettacoli di cabaret mostrati nel film sono stati filmati dal vivo, con un pubblico vero e con sei telecamere a riprendere l’esibizione e le reazioni in sala.

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