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Negromanzia e religione spicciola, tra dannazione e salvezza

Negromanzia e religione spicciola, tra dannazione e salvezza

Horror ibrido, forse più thriller sul paranormale che altro, Il messaggero è “basato su una storia vera”, come ci informano i titoli iniziali. Più precisamente, si tratta di una storia liberamente ispirata a eventi, per altro non corroborati dai fatti, accaduti ad una famiglia statunitense durante gli anni Ottanta. La pellicola di Cornwell, specializzato in animazioni (suo il corto Ward 13), non fa rabbrividire, né lascia misteri irrisolti e inquietanti suggestioni a fine visione. Il che, detto francamente, è un bene in quest’era di horror splatter di bassa lega, ma ben ripagati al botteghino, zeppi di sadiche torture seriali e di scontati, quanto immotivati spargimenti di sangue, col suggello finale dell’immancabile cliffhanger, che getta i semi per un sequel di cui volentieri si farebbe a meno.

Il film, tutto sommato, è ben orchestrato e segue una sua logica, ma non brilla certo di sola luce propria, se si pensa alla ricca farcitura di inflazionati motivi para-religiosi e il ricorso a elementi strutturali e contenutistici già visti nel recente remake The Amityville Horror (Andrew Douglas, 2005). Basti pensare all’ambientazione: l’ennesima “casa maledetta”, infestata dagli spiriti dei morti, perché, qui, adibita in passato a camera mortuaria. Le ottocentesche foto post-mortem in apertura, che ormai sappiamo essere tradizione antica e innocua, seppur lugubre, dei nostri avi, risvegliano invece nello spettatore il ricordo del ben più angosciante The Others (Alejandro Amenábar, 2001), mentre il fascino emanato dagli inquietanti misteri di negromanzia e di spiritismo, protagonisti di tanti horror contemporanei, è guastato dall’entrata in gioco dell’”ectoplasma” di reminiscenza ghostbusteriana (Ghostbusters, Ivan Reitman, 1984), che, pur spacciato, nei secoli addietro, per reale sostanza spirituale o fisica emanata dai medium nello stato di trance, rischia di mettere in ridicolo le due arti occulte. Altro punto a sfavore del lungometraggio è sicuramente la suspense sintonizzata su basse frequenze che, quand’anche c’è, è artificiosa e poco significativa, ricreata com’è con il ricorso a suoni sinistri e a movimenti di macchina violenti, non giustificati, tuttavia, da alcun esito macabro. Lo stesso vale per i riflessi di ombre nere negli specchi, tanto suggestivamente infernali, quanto evanescenti e ridondanti.
Detto questo, però, possiamo giustamente gioire del fatto che il difetto in carneficine e l’abuso di topòi del genere è compensato da una maggiore focalizzazione sulla vicenda narrata: una storia di sofferenza e amore, persecuzione e riscatto, intrisa di solidarietà e bontà d’intenti. Protagonista, un credibile Kyle Gallner, malato terminale di cancro non ancora ventenne, che, in quanto sulla soglia tra la vita e la morte, può, suo malgrado, entrare in contatto col mondo di Orfeo, senza più riuscire a distinguere tra allucinazioni e realtà, tra sintomi del male incurabile ed effetti collaterali delle medicine che gli vengono somministrate. Suo alter-ego è Jonah, figlio dell’ex-proprietario della casa, ragazzino dotato di straordinari poteri medianici, ma costretto, come l’altro, in uno stato di labile sospensione tra vita e morte, salute e malattia (o pazzia), ingenuo peccato e dannata punizione. I due giovani si “incontrano”, grazie ai consigli di un religioso in cura presso la stessa clinica e alle ricerche bibliotecarie effettuate dal protagonista con l’aiuto della cugina. Ad anticipare l’incontro/scontro fra i due sono le cupe filastrocche tratte dai Miracle Plays del Medio Evo britannico, fatte di ossimori e paradossi, che riecheggiano per tutto il film, con l’effetto di unire, per contrasto, la purezza dell’infanzia al male in essa latente. “Un giorno luminoso, nel mezzo della notte / due ragazzi morti fecero a botte / schiena contro schiena in viso si guardarono / e spada contro spada infine si spararono. / Il poliziotto sordo gli spari sentì / e i due ragazzi morti a morte colpì”.

In definitiva, il film di Cornwell narra un viaggio nell’oltretomba con ritorno, un cammino di sacrifico, purificazione e salvezza che, inversamente ai percorsi cari all’horror classico, prevale sulle zone d’ombra, sugli eccessi di pazzia, di maledizione e di odio. Il contenuto si erge, insomma, al di sopra della forma e degli espedienti narrativi utilizzati. Astenersi puristi del genere horror e amanti delle sensazioni forti. Via libera a quel pubblico che ama le atmosfere cupe e ambigue generate da temi spinosi quali malattia, morte e negromanzia, analizzati, naturalmente, sotto la lente di una fantasia razionalizzante.

Curiosità
Il film prende spunto dal documentario A Haunting in Connecticut, trasmesso su Discovery Channel. Alcuni passaggi sono tratti dal romanzo In a Dark Place: The Story of a True Haunting, il cui autore confessa, però, in un’intervista post-pubblicazione, l’incongruenza delle versioni dei fatti rilasciate dai diversi membri della famiglia Snedeker e quindi la generale inattendibilità degli episodi supernaturali avvenuti nella casa. Il personaggio del Reverendo Popescu è ispirato a quello del detective John Zaffis, che lavorò al caso.

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