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Lista di nozze

Lista di nozze

L’indecifrabile percorso stilistico del regista Jonathan Demme, noto ai più per il capolavoro horror Il silenzio degli innocenti (Silence of Lambs, 1995) e per l’indimenticabile Philadelphia (id., 1993), compie un’altra inaspettata tappa con Rachel Getting Married, home-movie (così come ammesso dallo stesso regista) sulle vicende di un intricatissimo universo familiare.

Lo sfondo che sottende alla variegata natura dei sentimenti messi in scena, tra cui sensi di colpa, rivendicazioni, competizioni, insicurezze, è la tragedia familiare che vede Kym, tossicodipendente sin da quando aveva 16 anni, perdere il fratellino in un incidente d’auto mentre lei era alla guida. Ragazza perduta, con un lacerante desiderio di essere riammessa e perdonata, è Anne Hathaway, che mantiene un pizzico di frivolezza alla Andrea de Il diavolo veste Prada (Devil wears Prada, 2007) ma riesce anche ad interpretare i ben più complessi e variegati turbamenti di Kym. L’accostamento delle due cifre stilistiche estrosamente scelte da Demme, la naturalezza della regia in stile “filmino” fatto in casa, e la sovrabbondanza dei dialoghi di stampo teatrale, è senza dubbio stridente.

L’occhio della telecamera a mano pedina i personaggi con l’intimità che si concede ad un ulteriore elemento della famiglia, con grande effetto di naturalezza, ma l’eccessivo numero di battute tradisce l’artificiosità dell’operazione. Che viene fuori anche nella lunga sequenza del matrimonio interrazziale di Rachel (un po’ africano, un po’ indiano), omaggio ostentato alla riscoperta apertura mentale e sociale della borghesia americana. Ma, a poco a poco, tutte quelle parole e quegli sguardi, quei momenti di sospensione sui primi piani della brava Hathaway, penetrano nelle coscienze, schiudendo perfettamente la tensione e la sofferenza patita dalla famiglia, per via dello stentato tentativo di Rachel di farsi accettare. Le sue imbarazzanti boutade e le richieste di perdono troppo plateali si abbattono sullo spettatore in tutta la loro pesantezza, ed esplodono nei pugni che si scambiano lei e la madre, una riscoperta Debra Winger, assolutamente non disposta ad un vero perdono. Contorta e molto più complicata di quanto sembri, l’operazione di mescolanza dei generi di Demme è sì imperfetta da un punto di vista stilistico, ma efficace dal punto di vista emozionale.

Curiosità: La sceneggiatura del film è firmata da Jenny Lumet, figlia del grande regista Sidney.

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