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La leggenda al contrario

La leggenda al contrario

Il maggior problema di Io sono leggenda è il suo non essere un’opera originale. Partendo da un romanzo fondamentale per il genere come quello di Richard Matheson, è difficile apprezzare fino in fondo un film che ne snatura la narrazione, trasformando una cupa riflessione sul significato del “diverso” in un action movie dal sapore forzatamente conservatore.

Se si volesse ignorare l’origine del film o la sua interpretazione politica, Io sono leggenda non sarebbe né più né meno di un classico blockbuster hollywoodiano costato centocinquanta milioni di dollari: regia ben confezionata, fotografia curata, scene d’azione terrificanti. Purtroppo però (o forse per fortuna) per fare un bel film tutto questo non basta. Perchè dentro a questo brillante contenitore la sostanza non è altrettanto soddisfacente. Le prime scene, per quanto non mostrino nulla di nuovo, creano comunque una giusta atmosfera. Certo, non solo 28 giorni dopo (28 Days Later…, Danny Boyle, 2002), ma anche pellicole di altre generazioni come L’ultimo uomo sulla Terra (id., Ubaldo Ragona, 1964) ci hanno più volte mostrato l’effetto che può creare una città completamente svuotata dai suoi abitanti, ma l’abbondante uso di computer grafica riesce a rendere le scene interessanti. I problemi iniziano quando Francis Lawrence (già regista di videoclip e del non esaltante Constantine – id., 2005) inizia a entrare nel merito della vicenda, e cioè a introdurre le cause della quasi estinzione della razza umana e a mostrare gli “esseri malvagi” rimasti sulla terra.
Nel primo caso utilizza una tecnica a flashback continui che possono, per fare un altro esempio recente, richiamare il meccanismo di una serie tv come Lost. Ma se in quel caso i flashback servono a esplicitare indizi o piccole sottigliezze caratteriali, in questo ci conducono solamente a un paio di esplosioni, finendo per perdere gran parte del senso.
Il secondo problema è in assoluto quello più grave per il film. Già in altre occasioni ho avuto da ridire sulla semantica riguardante gli “esseri malvagi” degli horror. Zombie? Vampiri? Morti viventi? In questo caso non ci troviamo davanti a nessuno di loro, ma semplicemente (come già ad esempio in 28 giorni dopo) a uomini colpiti da un virus. Sono uomini diversi, che hanno loro logiche di sopravvivenza e che vedono Will Smith e gli altri pochi superstiti per quello che sono a prima vista: attentatori delle loro stesse vite. Come siamo lontani dal romanzo di Matheson, in cui il protagonista finiva egli stesso per riconoscersi diverso, in un cortocircuito narrativo che lasciava stupefatti. Qui invece il personaggio di Smith (che ricorda orgoglioso di non aver mai abbandonato la sua base a ground zero), preferisce far saltare tutto per aria e permettere che la sua amica teocon possa ricreare una nuova nazione isolata e isolazionista.

Visto il successo commerciale di questo film (più di duecento milioni di dollari nei soli Usa), probabilmente sapremo presto come si sarà formata questa nazione, grazie a uno o più sequel. Un pronostico? I sopravvissuti penseranno che gli “esseri malvagi” possano aver costruito un’arma di distruzione di massa e inizieranno a bombardarli.

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