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cultura dell'immagine e della parola

Passato zoppicante

Passato zoppicante

Storie da un matrimonio finito. Tutto ha inizio secondo il tipico copione delle coppie in fase di separazione: ci si divide le stoviglie, i lenzuoli di lino e poi le fotografie. Ebbene, i giovani e apparentemente civili ex coniugi protagonisti non riescono a dividersi proprio i simboli di un passato vissuto insieme. Le fotografie infatti fanno capolino di continuo lungo tutta la vicenda tra mani dell’uno o dell’altra.
Lei, Sofia (Analia Couceyro), giovane donna impegnata nel sociale, dall’aspetto simile alla musa di Almodovar del lontano Donne sull’orlo di una crisi di nervi: sopracciglio unito, viso spigoloso, corpo ossuto. Sembra ben disposta a rompere, ma in realtà di fronte alle nuove relazioni dell’ex, non si dà pace arrivando addirittura alla minaccia o all’implorazione pur di riavere l’amore di lui. Lui, Rimini (Gael García Bernal), traduttore e interprete, un piacione che viene scelto dalle donne e che passa da un letto all’altro. Un individuo del tutto passivo che non è in grado veramente di prendere una decisione e aprire un nuovo capitolo di vita dopo la rottura con l’ex moglie. Viaggia su sabbie mobili in situazioni sentimentali instabili e somatizza il suo desiderio di dimenticare cancellando dalla memoria sia le lingue straniere che gli danno lavoro, sia parti del suo vicino e lontano passato.

I colori delle immagini sembrano ben rispecchiare lo sviluppo della trama. Il film infatti apre con una calda scena di interni. Un festa tra amici di famiglia dove Frida, un’amica comune, annuncia l’anniversario di matrimonio dei due eroi. L’aspetto dei due giovani è sensuale. Lei è addirittura bella. Traspare un’evidente voluttà, poi il tracollo lento ma inesorabile. I colori virano al verde acido; la cinepresa si muove velocemente nel tentativo di seguire i movimenti schizofrenici e imprevedibili dei due: l’uno cerca di fuggire; l’altra cerca di recuperare il passato. Tutto in 114 minuti di fughe sincopate e di inseguimenti talvolta con colpi di scena che vedono protagonista una pazza scatenata dagli occhi iniettati di sangue e lacrime, che avanza con un incedere sempre più minaccioso e che lascia dietro di sé morti e separazioni. Se all’inizio si è portati a rivestire i panni di Rimini e a simpatizzare con questo giovane di belle speranze (oltre che di bell’aspetto), ben presto, apparendo evidente la totale inettitudine di lui, non si può far altro che auguragli di finire accoltellato dall’irsuta strega.

Babenco sembra realmente intenzionato a esasperare lo spettatore: non si può fare altro che riconoscerne il risultato, anche grazie alle inverosimili situazioni che si vengono via via a creare, senza parlare del colpo di scena finale sotto sotto più che presagibile. Una sceneggiatura alla Almodovar anche per questo ma, a differenza di un classico del regista spagnolo, l’opera di Babenco è ancora zoppa: la psicologia dei personaggi è infatti solo abbozzata. In realtà Rimini e Sofia non seguono altro che una sceneggiatura che li vuole dipingere a pochi tratti come macchiette opposte e complementari, dal destino comune; protagoniste di un fotoromanzo satirico sugli usi e costumi dell’amore di coppia che fa sorgere in noi una domanda spontanea: l’amore quando finisce, è per sempre?

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