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cultura dell'immagine e della parola

La mia prima volta
Venezia, giorno 6

Una scena da <i>The Darjeeling Limited</i> di Wes Anderson” /><strong>Di solito non lo faccio mai, entrare in ritardo al cinema, vedere un film iniziato, perdermi i titoli di testa, quando ci sono.</strong> Oggi però è successo, qui a Venezia le regole consuete possono cambiare. Per <em>Jesse James</em> è stato quasi naturale: per me rimarrà sempre un film iniziato e finito con un fermo immagine, una parentesi tra la mattina e il pomeriggio, centocinquantacinque minuti dove l’epica del cinema, il mito del Far West, la bellezza dei divi, l’immortalità degli eroi si sgretolano lentamente.<br />
Anche se avrei dovuto provare a spingere per entrare all’affollatissima conferenza stampa con Wes Anderson, Bill Murray, Adrian Brody, ho scelto il tendone di Jesse/Brad Pitt, pentendomene, devo dire: ho appena abbandonato il pc nel mezzo della Wella Hall per precipitarmi davanti ad uno schermo da cui mi guardano gli occhioni verdi un pò all’ingiù di Adrian Brody, completamente vestito di bianco, un anello scuro al medio della mano destra, un bracciale di cuoio bianco e un orologio dall’aria pesante al polso destro. <strong>Parla di come si sia divertito a lavorare con Owen Wilson, del suo grande talento, della sua incredibile ironia.</strong> Dette ora, queste parole mi fanno impercettibilmente rabbrividire, esattamente come quando passo davanti alle mega locandine di <em>The Darjeeling Limited</em> e vedo la faccia del povero Wilson ricoperta di bende, tumefatta e piena di ematomi violacei. Penso a ieri sera, a come sia stato strano e contemporaneamente indifferente vederlo sullo schermo nel film di Anderson, immaginandolo nella vita vera a combattere contro un dolore che lo ha spinto a cercare di uccidersi.</p>
<p><strong>Com’è possibile che il cinema ti faccia tanto entrare in intimità con delle persone sconosciute?</strong> Ma è intimità o più semplicemente l’immagine cinematografica è in grado di annullare ogni senso di realtà, mescolando le convenzioni della rappresentazione con la vita vissuta, naturalmente priva di un senso narrato? Insomma, il pene di Elio Germano in <em> Nessuna qualità agli eroi</em> è veramente il pene di Elio Germano o è solo l’immagine di un pene? (Oltretutto voci dal Lido dicono che sia solo una protesi, aumentando la confusione tra ciò che è e ciò che appare al cinema). E perché il tentato suicidio di un attore diventa argomento da cocktail?</p>
<p>Tutte domande che qui a Venezia si complicano: le star che ti passano accanto diventano improvvisamente uomini e donne che seguono una <em>routine</em> lavorativa, professionisti dell’immagine che, quando mi camminano vicino (ma è sempre un vicino relativo), invece di diventare veri, quella carne e quelle ossa di cui mi sono cibata tante volte, si allontanano, quasi svaniscono, diventano fantasmi, figurine bidimensionali. <strong>È come tentare di guardare negli occhi Medusa</strong>: per qualche ragione la immagino irresistibile e attraente, la cerco, ne sono sedotta, pur sapendo che se solo dovessi sfiorare il suo volto diventerei di pietra.</p>
<p>Forse per questo stamattina ho preferito un film a Adrian Brody dal vivo: ieri sera era talmente bello sullo schermo, il suo viso allungato, il naso imperfetto, gli occhi lucidi e un po’ tristi nascosti dietro i grandi occhiali <em>vintage</em>, che una visione reale non avrebbe potuto farmi sognare di più.</p>
				<p class= A cura di Francesca Bertazzoni
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