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cultura dell'immagine e della parola

Da dove viene la verità di un’immagine?

Verità. È possibile definire che cosa sia vero, oggi? Le informazioni e le immagini ci bombardano, ma quanto quelle cose che vediamo e sentiamo sono vere? Basta un “clic” per essere catapultati dall’altra parte del mondo. Oggi possiamo avere tutto sotto controllo, tutto perfettamente gestibile e raggiungibile con estrema facilità. Ma questa facilità è probabilmente quella stessa con cui possiamo generare immagini sintetiche, che imitano il vero, ma non riescono a esserlo.
E se don Chisciotte si ingannava vedendo solo ciò in cui credeva, noi oggi siamo ingannati doppiamente, perché vediamo ciò che ci viene fatto credere. Questa non vuole essere la solita critica al mondo dei mass media e della televisione in particolare, ma una riflessione su come oggi noi ci siamo abituati a vedere. Quello delineato sembra uno scenario tipicamente orwelliano, a cui letteratura e cinema ci hanno abituato, e forse per questo oggi non ci stupiamo più.
E’ questo il paradosso del nostro quotidiano: possiamo avere tutto, possiamo vedere tutto, e in un certo senso abbiamo già visto tutto, ma la maggior parte delle cose che vediamo hanno perso lo statuto di verità (o non ce l’hanno mai avuto).

Quando ci poniamo davanti a un’immagine mai vista prima, questa ci sembra stranamente familiare, benché sconosciuta ai nostri occhi, perché in un modo o nell’altro rappresenta un costrutto di un’immagine ideale che ci è stata inculcata dalla nostra cultura. Dove ricercare, quindi, il vero delle immagini in un mondo dove tutto ci è noto sotto forma di stereotipi o idealtipi ben radicati nel nostro cervello?
Se l’immagine può essere vera o falsa senza che noi siamo più in grado di rendercene conto, non sarà di certo l’immagine stessa a poter garantire per sé. Potremmo allora voler fare affidamento su chi quell’immagine l’ha creata, sulla sua fama e credibilità ma, historia docet, un’immagine può essere falsa pur essendo vera. Ecco, ci ritroviamo ancora di fronte a un paradosso. Immagini reali che sono frutto di una manipolazione, come le foto di guerra scattate su un “set” , che viene allestito dal fotografo stesso dopo la battaglia per immortalare un’immagine che sia il più fotogenica possibile (come insegna Susan Sontag nel saggio Davanti al dolore degli altri). Quando il vero viene manipolato, toccato e aggredito in questo modo possiamo ancora definirlo “vero”? Questi fotografi per anni ci hanno mostrato la guerra, ma quella non era la guerra vera. Essi hanno osservato per noi, ma prima di scattare la foto hanno allestito un vero e proprio scenario di guerra per rendere l’immagine più credibile, più vicina al nostro immaginario.
L’immaginario, appunto. Ritorniamo ancora una volta all’inganno che ci coinvolge tutti. La nostra società ha un’idea della guerra, o di altre situazioni “universali” (come per esempio l’amore), che si fonda su immagini. Quando vediamo qualcosa di mai visto prima, esso ci sembra noto, poiché appartiene al nostro immaginario. Chi crea un’immagine, quindi, non compie un lavoro basato sull’immediatezza, ma sa benissimo che cosa deve mostrare per lanciare un determinato messaggio, e solo in quel modo otterrà apprezzamento, perché tutti si riconosceranno in quello che hanno visto e riusciranno a capirlo, pur senza conoscerlo preventivamente.
Ritorna ossessivamente lo stesso dubbio: dove risiede, allora, la verità di un’immagine? Se l’immagine da sola non basta ad attestare la sua verità, poiché può subire modificazioni e manipolazioni, e neanche l’autore è una garanzia, quando possiamo dire che un’immagine è vera?

Non si può certo affermare che un’immagine sia vera nel momento in cui rimanda a una situazione reale che c’è stata, che si è verificata, perchè partendo da quest’assunto anche le immagini cinematografiche dovrebbero essere considerate vere, eppure noi tutti oggi sappiamo che il cinema è fiction, finzione, per cui quella scena che vediamo sullo schermo c’è stata (nel momento in cui è stata girata) ma non è mai stata vera.
Forse si potrebbe dire che un’immagine è vera in quanto “è”, poiché nel momento in cui si manifesta essa diventa oggetto esistente che non può essere definito falso. La falsità dell’immagine sta, dunque, nel suo contenuto, [img4]ma non nel suo “essere” materia esistente. Questo ci porta a considerare le immagini, ancora una volta, come dei paradossi in tutto e per tutto. L’immagine è vera e falsa al tempo stesso, e genera un tipo di visione che è paradossale a sua volta. “Occhi aperti chiusi”, frase che dà il titolo al film di Stanley Kubrick, è un’espressione emblematica per definire questa particolare visione. Davanti a queste immagini vere e finte i nostri occhi non possono che essere aperti e chiusi contemporaneamente: aperti nel momento in cui vedono un’immagine e la percepiscono in quanto tale; chiusi nel momento in cui non si rendono conto che quell’immagine è fittizia, e si lasciano piacevolmente ingannare da quest’ultima poiché vi ritrovano ciò che in fondo conoscevano già.

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