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Le battaglie rap del coniglio bianco

Le battaglie rap del coniglio bianco

Davanti allo specchio del bagno di un locale underground spuntano appena fuori dal cappuccio di una felpa due occhi verdi, uno sguardo perso e ostinato e un’espressione da “coniglio bastonato”, è l’immagine riflessa di Jimmy “Rabbit” Smith (Eminem) e stiamo per assistere a una parte della sua storia. Nella periferia degradata di Detroit un gruppo di ragazzi molto simili a quelli della “Mean Streets” newyorkese di Martin Scorzese (1973) passa le giornate tra lavori provvisori e malpagati sognando, tra una birra e un po’ di erba, di diventare stelle del rap. Tra loro un “bianco con il microfono” deve guadagnarsi il rispetto dei fratelli neri per non essere trattato nel quartiere come un “turista”. La regia di Curtis Hanson (“L. A. Confidential”) è abile nello scovare il lato oscuro dell’8 mile road attraverso immagini prive di retorica di un paesaggio sub-urbano composto da case in rovina, acciaierie e strade buie e deserte illuminate a tratti dal riflesso sulle pozzanghere del fuoco di un incendio. La paura di cadere nei cliché di genere, però, inibisce il regista e provoca un appiattimento nel procedere della narrazione troppo statica e ripetitiva. Le sequenze più coinvolgenti risultano quelle delle sfide rap all’ultima rima consumate sul palco di locali/scantinati, regno dell’underground hip hop, dove la musica colpisce allo stomaco lasciando l’ascoltatore sorpreso di perdersi nella fusione di note e parole che raccontano storie malate. Il convulso montaggio dilata il tempo cinematografico delle scene e bracca a ritmo incalzante i “combattenti” di turno con serrati primi piani rendendo l’atmosfera tesa come nella resa dei conti finale di un film western. Il grande successo riscontrato tra il pubblico dei teen-ager deriva dal merito del film di avvicinarci, da intrusi, a un mondo a se stante con le sue regole e il suo gergo ripetitivo (“hi bro(ther)”, “ci sto dentro”, ….) molto sottolineato dalla descrittiva sceneggiatura di Scott Silver. Protagonista della pellicola, insieme alla città di Detroit, è, infatti, lo “stile da strada” con cui vestono i protagonisti; la notte sembra attraversata da ombre avvolte in larghi pantaloni, felpe con cappuccio ed enormi scarpe da tennis che discutono animatamente aiutati da un’incessante gestualità delle mani. Da menzionare la prova di Kim Basinger, nelle vesti della madre di Jimmy, sempre bellissima nonostante le occhiaie richieste dalla parte. Lasciando libera la mente di girovagare tra i vicoli male illuminati stilizzati nella livida fotografia notturna di Rodrigo Prieto (“Frida” e “Amores perros”); si può immaginare, con una ardita suggestione, di considerare “8 mile” parte della tradizione estetica dei gangster movie in cui il “Piccolo Cesare” o lo “Scarface” di turno si fa strada nel quartiere senza bisogno del mitra sfogando tutta la sua rabbia nella musica da combattimento. Nell’attesa di vedere l’ex coniglio bagnato, ormai rap-star acclamata, alla prova di ruoli meno autobiografici, ammettiamo di aver assistito alla nascita di una “fottuttissima stella” del cinema anche per il timore che Slim Shady, l’alter ego cattivo e schizofrenico di Eminem, si vendichi sbeffeggiandoci con qualche rima non troppo gentile! Il cantante, vincitore a sorpresa dell’Oscar (insanguinato!) per la migliore canzone originale con “lose yourself”, ha disertato la cerimonia di consegna al Kodak Palace ma aveva già dedicato alcuni versi alla mecca del cinema: “Hollywood non sono una star, ti prego non piangere per me quando me ne sarò andato” (Say goodbye Hollywood, 2002).

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