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Tra uomini e cemento

Tra uomini e cemento

Dopo un prologo che fa irruzione nell’intimità di una giovane coppia alle prese con una casa nuova, il romanzo noir d’esordio di Matteo Di Giulio si sposta sul personaggio di Gianluca Fedeli, un personaggio (un ispettore) per cui un solo libro non è in grado di far dire al lettore se lo ama o lo odia, ma che ha certo tutte le caratteristiche per suscitare quell’affezione tipica della letteratura seriale di genere, un trentenne che odia sua madre perché non riesce ad esserne del tutto indipendente, un po’ ragazzo e un po’ uomo, in ogni caso un poliziotto dai risvolti molto umani, come si evince dai suoi rapporti con gli altri, col suo lavoro e con la città.

Milano, appunto, che fin dall’evocativo titolo (acqua e sabbia sono i due ideogrammi che in cinese compongono la parola “cemento”) si presenta come altra protagonista del libro: non uno sfondo, non un’ambientazione, ma un personaggio irrinunciabile e senza cui l’intera narrazione si sfarebbe come sabbia. Una città che emerge nelle sue contraddizioni, che si riflette nel protagonista e lo fa riflettere in essa, luogo d’elezione per criminali piccoli, grandi e insospettati, luogo di devastazione e speculazione edilizia. A partire da questa città e dal personaggio dell’Ispettore Fedeli si dipana una trama gialla che ha un che di classico e che dosa sapientemente l’indagine del singolo, gli indizi esterni, i ritratti brevi di volti che scompaiono veloci come sono apparsi, proprio come in un baudelairiano flusso uman-urbano. Fedeli si trova a fare i conti con un cadavere scoperto nel palazzo dove abita la madre, lo stesso palazzo del prologo: appare come una rapina finita male, ma l’indagine alberga nelle pieghe noir della Milano in pieno fermento edilizio.
Completano il quadro qualche impennata a tratti caratterizzata da scoppi di violenza fulminei e improvvisi, qualche scena che strizza l’occhio al cinema (del resto l’autore è anche critico cinematografico), e un astuto e vago intreccio sentimentale, appena accennato ma sufficiente a stuzzicare il lettore e a traghettarlo verso nuovi episodi.
La prosa usata da Di Giulio per seguire la vicenda e le evoluzioni della trama è confortante come un ruscello in piena estate: scorre, senza guizzi né intoppi, è chiara e corretta nei confronti di chi legge, non ha presunzioni. E considerati tanti esordi che ultimamente si trovano sugli scaffali delle librerie italiane, è una gran dote.

Forse è un romanzo che non brilla di originalità, nè dal punto di vista stilistico che dei contenuti, ma in fondo l’originalità non è un obbligo e non sempre porta buoni frutti. Meglio un libro onesto, ben scritto (l’autore non sembra affatto un esordiente), che non delude le aspettative del lettore e gli offre quello che una buona narrazione deve innanzitutto saper offrire: qualche giorno, qualche ora di compagnia, e la possibilità di vedere un mondo che è sotto i nostri occhi ma che fondamentalmente rifiutiamo di vedere.

L’autore
Matteo Di Giulio è nato e cresciuto a Milano. Critico cinematografico specializzato in cinema orientale, scrive su FilmTV, e ha collaborato con Sentieri Selvaggi, Quaderni Asiatici, Nocturno Cinema, SegnoCinema. Ha fondato nel 2001 il portale Hong Kong Express, dedicato al cinema orientale e dal 2004 ricopre la carica di vicedirettore dell’Asian Film Festival. Questo è il suo primo romanzo.

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