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To Rome with Love: Un po’ per caso, un po’ per desiderio

Un po' per caso, un po' per desiderio

Quando si è trattato di celebrare una città, Woody Allen ha saputo comporre canti intonati alla geografia e alla storia del luogo. Agguantare nel flusso della contemporaneità e del suo campionario umano la tranche de vie di alcuni personaggi, meglio se in transito per gallerie d’arte avveniristiche e negozi (Manhattan) o indietreggiare fino a epoche leggendarie, come gli anni 20 per Parigi (Midnight in Paris). To Rome with Love sembra occupare una posizione mediana. Forse proprio perché a Roma, presidiata dalle vestigia di una civiltà che ancora s’impone nella sua possanza, come Jack (Jesse Eisenberg) e Monica (Ellen Page) affermano lodando i costruttori del Colosseo, il presente è imbevuto del passato, mai del tutto trascorso. Un passato che può riaffiorare nelle vesti di uno studente di oggi che passeggia a Trastevere…

Dopo l’Inghilterra, la Spagna, la Francia, Woody Allen prosegue in Italia il suo grand tour europeo e, salutata la Venezia di Tutti dicono I love you (Everybody Says I Love You, 1996), elegge Caput Mundi a set di un film che,sotto il velo di Maya di una sophisticated comedy spigliata e lieve, infuso di altarini e coincidenze fortunose (in altre parole, un Allen minore), cela uno sguardo, una severità morale e un mazzo di trovate degni del più elevato rispetto. La parabola di Benigni-Pisanello, quella che per umori kafkiani si imprime più nettamente nella memoria, sottende una caustica riflessione su una società – la nostra -, frastornata dallo sciabordio di media voraci e drasticamente vacui. L’intervista sulla prima colazione è da antologia e Roberto Benigni gestisce a meraviglia il personaggio che, perché famoso, faticherà a disintossicarsi dal successo, quando verrà sostituito da un’altra celebrity improvvisata.

Può sorgere l’impressione che gli episodi leghino male tra loro, ma è proprio l’eterogeneità la forza di un film il cui commento musicale alterna con disinvoltura Modugno, Rascel, Leoncavallo, Puccini, Verdi. È così che Allen testimonia la ricchezza e la policromia di Roma, come James Joyce Dublino o John Dos Passos New York, e Roma, a sua volta, con l’intrico di strade dove Milly (Alessandra Mastronardi) si smarrisce, non è che un aleph borgesiano dell’ecumene, dell’inesausto affaccendarsi dell’umanità dietro al mondo. A ben osservare, tuttavia, il collante non manca. E si identifica con le due forze che, per Allen, trainano le nostre vite: l’amore e il caso. Se non si rendono necessari flashback o notti magiche per narrare ciò che capitò a John, ma Alec Baldwin si limita a “partecipare” alla tresca di Jack e Monica come Humphrey Bogart in Provaci ancora Sam (Play It Again, Sam, 1972), è perché quanto accade non è altro che l’eterna tragicommedia dei sentimenti. Jack, forse, è John. Sicuramente, è tutti noi. Dall’altra parte, un incontro fortuito o uno scambio di persona regalano a un modesto artigiano il suo quarto d’ora di notorietà e a un provinciale imbranato la prorompente bellezza di Penélope Cruz. E stavolta Woody, oltre alla firma, mette anche la faccia.

Curiosità: Genesi travagliata, quella del titolo. To Rome with Love, opzione definitiva, giunge terza dopo Bop Decameron, esclusa perché il riferimento a Boccaccio sarebbe risultato di difficile comprensione a una platea transcontinentale come quella di Woody Allen, e Nero Fiddled, figlia del modo di dire anglosassone «fiddle while Rome burns» («suonare mentre Roma brucia», non lasciarsi cioè affliggere da pensieri e preoccupazioni mentre è in atto una sciagura).

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