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cultura dell'immagine e della parola

Per un pugno di film
Venezia 68 – 6/09

Sono così, per un pugno di film, buoni, di quelli che ti lavorano dentro, sono disposta a smettere di guardare con gli occhi e a usare altri sensi.
In questa Mostra per ora si è vista tanta pelle, realistica e “usata”, come quella delle prostitute in Whores’ Glory di Michael Glawogger; fredda e messa all’opera in modo meccanico come in El campo di Hernàn Belón; una carnalità deviata e ossessiva per Love and Bruises di Ye Lou e quella perversamente sommersa di Cronenberg.

Poi, come un eco che si alimenta del suo stesso suono, a invadere l’immaginario festivaliero arrivano tre film viscerali, accomunati da una disperazione che ne estremizza i confini. Con Wilde Salomè Pacino costruisce la sua personale via crucis artistica attraverso l’opera e la vita di Wilde, fondendo le sue necessità creative con quelle dell’artista irlandese, senza limitazioni, disgregando se stesso in regista, attore, uomo e “re pazzo”.

La scena della danza di Salomè, impersonata da un’irresistibile, folle, carnale e dannata Jessica Chastain, è la passione dell’abbandono, passo dopo passo, dell’attore alla sua opera, dell’attore al suo regista, del personaggio di Salomè al suo più mortifero desiderio, il possesso del Battista, così forte da trasformarsi in un istinto omicida; è lo sguardo viscido e pieno di bieco desiderio di Erode per la sua figlioccia e contemporaneamente il piacere del regista Pacino che consegna a noi, su un piatto d’argento, la creatura Chastain. Una danza sensuale e indecente, e per questo ancora più erotica, che monta come un orgasmo fino alla fine, musica, movimenti e montaggio che volteggiano sempre più freneticamente.

A immolarsi per una storia disperata anche Michael Fassbender, che con il suo Brandon di Shame inanella una sequenza dantesca, una progressiva discesa negli inferi: McQueen racconta la perdita della sua bussola morale, che lo porta alla deriva nella notte.Le inquadrature della carne sono così ravvicinate da risultare incomprensibili, fuori fuoco, perdono qualunque singolarità: la scena di Brandon con le due prostitute ha una carica erotica mostruosa, come quella di un Laocoonte ferito che si contorce tra i cadaveri dei suoi figli. E il volto, su un corpo che non ha più un controllo emotivo, ma che si muove come un automa, riproponendo continuamente gli stessi gesti sessuali, trasfigura nel momento di massimo piacere, distorcendosi in una smorfia dolorosa: l’erotismo di McQueen qui trova il momento di massima fusione con una pulsione di morte.

E sempre in una terra di confine che spinge gli uomini raccontati in questi film verso i loro limiti, tanto da farli uscire da se stessi, distruggerli, parcellizzarli, Abel Ferrara ci porta alla fine del mondo con 4:44. Last Day on Earth. Poche le ore che dividono un meraviglioso (sensuale, dagli occhi pazzi, spietato, generosissimo, dal volto segnato, montagne e sprofondi di vita) William Defoe e la sua compagna new age Shanyn Leigh dall’estinzione della razza umana. L’inevitabile accadrà, e l’ultimo tempo viene trascorso nell’assenza di una vita che evidentemente era già perduta da tempo: fotografie, immagini, schermi di computer sostituiscono gli affetti in carne ed ossa e gli oggetti diventano idoli essi stessi, adorati, baciati, appiattiti sul loro significato.
In un’atmosfera di apocalittica ignavia, i due protagonisti indugiano in un rapporto sessuale attaccato – e che attacca – alla macchina da presa. Ferrara abbandona la pasta sporca e buia del suo cinema per raccontare in piena luce l’ultima occasione di contatto umano: le mani accarezzano senza fretta, i sospiri sono in primo piano e catturano chi guarda. A beneficio dello sguardo, come a coinvolgere lo spettatore, in un atto caldo ma contemporaneamente senza speranza, perchè privo ormai di qualsiasi possibilità creativa. È l’ultimo tentativo, inutile, di protrarre nell’altro la propria esistenza.

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