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Il ragazzo con la bicicletta: Cyril, Samantha e la bicicletta

Cyril, Samantha e la bicicletta

Bello, già dal titolo, inutile nasconderlo; amaro, per niente consolatorio o sentimentalista, meglio mettere le mani avanti. In pieno stile Dardenne, Il ragazzo con la bicicletta offre una rappresentazione del reale colma di speranza nonostante la vicenda racconti un dramma famigliare, nonostante il timore accompagni fino all’ultimo istante lo spettatore. Che alla fine può respirare in libertà, come il protagonista Cyril, dodici anni e un cuore pieno di paura (canterebbe De Gregori). Cyril (Thomas Doret), ragazzino ostinato come il cinema dei fratelli belgi, si fa portatore di uno sguardo puro, selvatico e ostile che sprigiona una rabbia spaventosa, sintomo di un disagio profondo, di uno strappo che lo ha costretto a separarsi da un padre (Jérémie Renier) che non lo vuole più perché desidera un’altra vita. Cyril, che questa vita non sa ancora come viverla, vorrebbe tenersi stretto il suo unico riferimento ma non può: è destinato a crescere in un centro di accoglienza per l’infanzia dove un giorno conosce Samantha (Cécile de France), una parrucchiera che in breve tempo sceglie di prendersi cura di lui. Cyril si muove, pedala con energia, corre, rincorre e scappa, “mena duro” quando deve e dice le bugie quando serve. È un bambino, anzi no, è un ragazzo che conosce l’amore che gli manca, che cerca la sua libertà ma trova sulla sua strada (nel bosco) un “Lucignolo” che lo imprigiona e vuole portarlo su un’altra strada.

Dramma dell’oggi raccontato come una fiaba contemporanea, Il ragazzo con la bicicletta ha un finale illuminante, nonostante siano riproposti i temi classici dell’idea cinema dei Dardenne: suspense alle stelle, linearità narrativa e macchina a mano, personaggi di grande umanità (qui c’è una donna dal cuore grande e un bambino con due occhi grandi così), la compassione e la comprensione sul tavolo dei sentimenti (difficili da mettere in scena senza ammorbidire troppo i toni, e qui i toni non si ammorbidiscono) e pure qualche goccia di novità in un mare di piccoli particolari che fanno la differenza. È un film per certi versi inedito: l’apparente semplicità della trama rivela alla lunga una complessità narrativa coraggiosa; è il film dei Dardenne più colorato (non solo perché è stato girato – per la prima volta – in estate); è il loro film più musicato, sebbene la musica non sia mai invadente o ridondante ma serva solo ad accompagnare il cammino di Cyril.

L’idea-cinema dei Dardenne si conferma una proposta di visione necessaria (una delle più necessarie del cinema contemporaneo) perché costruita sull’uomo (e certi riferimenti non si limitano alla citazione: da Ladri di biciclette a Pinocchio, fino a Il ragazzo selvaggio di Truffaut pare di respirare le esigenze morali di quei riferimenti), perché, anche grazie a Il ragazzo con la bicicletta, è costantemente in crescita, diretta verso una sempre più personale e umana rilettura del presente. Le piccole variazioni stilistiche e le sottili intersezioni tematiche aggiungono soltanto nuove e importanti prospettive ad uno dei percorsi artistici più importanti e coinvolgenti degli ultimi vent’anni di cinema europeo. Un cinema, con questo film, capace di mettere a tacere la solitudine e l’egoismo.

Curiosità
Continua la collaborazione tra i fratelli Dardenne, Jeremie Renier e Fabrizio Rongione (quarto film con loro); Olivier Gourmet (che qui veste i panni di un barista) è presenza fissa: sei film su sei. Il ragazzo con la bicicletta si è aggiudicato Il Gran Premio della Giuria a Cannes 2011.

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