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La vita è bella, ma non troppo

La vita è bella, ma non troppo

Un crescendo di disperazione e drammaticità, senza la minima concessione al sentimentalismo ma con toni severi e austeri, vicini, per i temi trattati e il senso di ineluttabilità del destino, alle atmosfere della tragedia greca. Con caratteristiche simili si capisce molto bene perché il lavoro di Mahamat-Saleh Haroun, già premiato a Venezia con Bye-bye Africa e Daratt, abbia fatto incetta di riconoscimenti senza però aggiudicarsi mai il più importante: Etallon d’argent al FESPACO, il più importante festival africano, miglior attore e miglior sceneggiatura a Chicago e soprattutto Premio della Giuria a Cannes.

Siamo di fronte a un film duro e difficile, che risparmia ben poco ai suoi spettatori in termini di sofferenza, ma non per questo bisogna pensare a un’opera strappalacrime: Un homme qui crie è straziante ma non patetico, e lo sguardo lieve del suo regista riesce a non scadere mai nello spettacolo del dolore. Haroun, lo si capisce benissimo fin dalle prime scene del film, ama la narrazione simbolica: il giovane Abdel porta sempre con sé una fotocamera quasi per fermare lo scorrere del tempo, presagendo il suo terribile destino; il protagonista, obbligato a cambiare lavoro, vaga per l’hotel costretto in una divisa troppo corta, evidente metafora del suo spaesamento; lo stesso Adam tenta di raggiungere l’albergo attraversando “contromano” una via percorsa dalla folla in fuga. Per non parlare dell’inquadratura iniziale, che vede padre e figlio insieme nell’acqua della piscina e che si rifletterà, in un tragico parallelo, nell’amara quanto affascinante conclusione del film.

Nettissima la divisione in due parti dell’opera: dal quadro quasi idilliaco dell’apertura, con qualche sprazzo di brillante umorismo, si passa rapidamente allo scontro con la durezza della realtà, in una sorta di La vita è bella decisamente più crudele e privo di un finale consolatorio. A cambiare di segno il film non sono gli eventi esterni, ma la colpa e la (mancata) espiazione del protagonista, che trasformano la vita di Adam in un susseguirsi di lunghi silenzi, digiuni e drammi interiori. Anche quando la crisi personale del protagonista si intreccia con quella di tutto il Ciad, in subbuglio per una guerra intestina – sobillata dal vicino Sudan – che prosegue ancor oggi nell’indifferenza generale, la vicenda resta imperniata sui sentimenti di Adam, di Abdel e della sua giovane fidanzata, protagonista di alcune scene ad altissima intensità emotiva. Ciò non significa, tuttavia, che il discorso portato avanti dal regista sia slegato dall’attualità e dalla storia: anzi, l’incombere della guerra, prima sullo sfondo e poi esplosivamente protagonista, è reso in modo magistrale con una serie di piccoli dettagli, dal volo sempre più frequente degli elicotteri ai frammentari comunicati della televisione e della radio. E anche lo spunto che dà origine a tutta la vicenda ha un retrogusto amaro: gran parte del personale dell’hotel in cui Adam lavora viene licenziato o trasferito a causa della cessione della struttura, un tempo governativa, a un’azienda cinese. Solo un particolare, d’accordo, ma a giudicare dalla sensibilità e dall’attenzione del regista non si può dubitare che si tratti di una voluta allusione.

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