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Dopo la tv c’è il cinema, dopo il cinema la radio e poi la morte

Dopo la tv c’è il cinema, dopo il cinema la radio e poi la morte

Boris, situation comedy prodotta da Fox Italia, è già diventata un cult da qualche anno. Un progetto nato quasi per caso nel 2007, che si ispirava esplicitamente alla serie della HBO Entourage e che, immergendosi in un macchiettistico panorama italiano, ha generato un immaginario meta-televisivo irresistibile, condito da una decina di personaggi memorabili, grotteschi, sopra le righe, eppure così irrimediabilmente vicini alla realtà quotidiana dei set televisivo e dell’industria delle soap opera. E nonostante fosse solo trasmessa sui canali satellitari del pacchetto Sky, le vicissitudini della troupe del “maestro” Ferretti hanno sbancato pubblico e critica (e soprattutto un vasta fetta di utenti del web) per il loro approccio intelligente, sottilmente satirico ma mai pretenzioso, avvicinandosi senza alcun dubbio ad essere la fiction più interessante degli ultimi anni. Tanto che, oggi lo possiamo dire, Boris può essere considerata per l’Italia quello che decine di serie tv sono ormai da tempo per gli States, ovvero un crogiolo nel quale spesso la qualità e l’originalità della narrazione è di gran lunga superiore a molti film distribuiti nelle sale. Una vera eccezione qui da noi, che non poteva non proseguire rilanciando l’universo borisiano direttamente sul grande schermo.

Questa premessa è doverosa prima di tuffarci nell’analisi di Boris – Il film. Perché nonostante il tentativo ben visibile di “isolarsi” dalla serie televisiva per offrirsi così a un pubblico più vasto, è innegabile che questo lungometraggio appare a tutti gli effetti una sorta di “episodio lungo”, nel quale i Boris-addicted potranno ritrovarsi, ma soprattutto ritrovare la lunga fila di personaggi che hanno attraversato le varie stagioni della serie. Dal regista-simbolo, l’idealista Renè Ferretti (Francesco Pannofino) all’attrice “cagna” Corinna Negri (Carolina Crescentini); dal cocainomane direttore della fotografia Duccio (Ninni Bruschetta) fino allo stagista Alessandro (Alessandro Tiberi). E così via, con qualche new-entry (su tutti Rosanna Gentili che interpreta la parodia di Margherita Buy). Con tutti suoi protagonisti, nessuno escluso, Boris – Il film riprende anche la sua particolarissima dimensione meta-mediatica: se la serie tv riprendeva una troupe alla prese con una soap girata “a cazzo di cane” (Gli occhi del cuore) questo film analogamente racconta le vicende della stessa troupe impegnata nel girare un lungometraggio per il cinema. Inutile dire che anche stavolta la mano dei geniali Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo non risparmia nessuno: la presa in giro dell’industria televisiva si allarga e ingloba anche quella cinematografica (nonostante che “dopo la tv viene il cinema, dopo il cinema la radio e poi la morte”), tanto più che si trovano riferimenti reali: dalla già citata parodia di Margherita Buy a quella di Valeria Golino, da Matteo Garrone a Mimmo Calopresti, passando a produttori incolti ma anche a sceneggiatori “democratici” che sfruttano giovani menti pagate in nero. E se nel suo nuovo percorso di emancipazione artistica il “maestro” Ferretti trova l’occasione per redimersi dalla spazzatura televisiva attraverso la regia di un film impegnato (tratto dal vero libro La Casta di Rizzo e Stella) ben presto capirà come la sua nuova avventura nel cinema non sarà molto differente dai suoi passati registici nelle soap opera. Un “altro cinema non è possibile”, ma anzi, il cinepanettonismo fatto di peti, tette e rutti di Vanzina&Co. sarà l’unica strada obbligata per il successo.

Ma è probabilmente lo sfottò meno scontato a un certo “cinema di sinistra” che riesce meglio in Boris e che quasi ricorda la rivolta fantozziana contro la Corazzata Potemkin. La stessa Rai Cinema è messa alla berlina con i suoi dirigenti dai “maglioni infeltriti e occhialetti alla Gramsci” mentre l’intellettualoide “stagista schiavo” sfoggia il suo vocabolario impegnato (“tecnostruttura!”) per amplessi poco consoni alla sua natura. Dopotutto è questa la caratteristica vincente di Boris: un affresco frizzante e irriverente che scarnifica i luoghi comuni e le appartenenze culturali della destra e della sinistra, lasciando nudi sia il Re che tutti cortigiani. È anche uno spaccato dell’italietta piccola, mediocre e senza coraggio che si spartisce avidamente il patrimonio culturale di un intero paese mentre gli americani girano kolossal di guerra (Miracle in St. Anna di Spike Lee?) nelle campagne di casa nostra. Che sia la “casta” di Medusa o quella di Rai Cinema, poco importa, insomma: “neri e rossi uguali sono”. Per dirla con Moretti, se ieri ci meritavamo Alberto Sordi ancora di più oggi ci meritiamo l’autoironia pungente, travolgente e anche un po’ amara di Boris. Almeno, se proprio una risata ci deve seppellire, adesso sappiamo quale scegliere.

Curiosità
Come già era successo per la serie tv, Elio e le Storie Tese hanno contribuito alla colonna sonora con brano inedito, intitolato Pensiero stupesce, che nel testo riprende proprio le principali battute del film.

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