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Bunga bunga alla filippina

Bunga bunga alla filippina

Di fronte a una vicenda da ogni punto di vista incredibile come quella narrata in Kano (il soprannome che i filippini attribuiscono agli americani) è forte la tentazione di concentrarsi sugli spiazzanti contenuti del documentario, sorvolando sulle tecniche e gli stili della realizzazione. Soprattutto per lo spettatore italiano: innegabilmente, la vicenda di un uomo che attira intorno a sé grazie al suo denaro un intero harem di ragazze, ingaggiate per ballare e spogliarsi ai suoi festini e poi diventate conviventi e “fidanzate” con tanto di appartamenti costruiti su misura, finisce per evocare su scala ridotta comportamenti ben noti nel nostro paese. Il paragone, si badi bene, non vuole essere irriverente, ma anzi suscita amare constatazioni sulle pratiche “bunga bunga style” diffuse a ogni latitudine e sui loro inquietanti risvolti morali. Proprio come accaduto per le vicende di cronaca nostrane, infatti, l’aspetto che più impressiona non è tanto la protervia dei corruttori, quanto la connivenza di molte delle donne coinvolte e dei loro familiari: le concubine e le mogli di Kano semplicemente si rassegnano al loro ruolo subalterno e alla condivisione dei privilegi economici con le rivali, tanto che al minimo accenno al tema della gelosia si schermiscono ridendo (“Siamo sportive”). E c’è persino una madre che confessa candidamente di aver condotto sua figlia, all’epoca dodicenne, dal ricco americano perché diventasse la sua nuova amante.

Costruire un documentario su materiale di questo genere è in apparenza impresa facilissima, anche perché Pearson, condannato a 80 anni di carcere per stupro (ma una sola accusa è andata a buon fine, le altre sono state ritrattate, pare dopo cospicue elargizioni dei suoi avvocati), è già una star sui media filippini e come tale si comporta di fronte alla telecamera. Al suo esordio assoluto alla regia, la giornalista Monster Jimenez – con un nome del genere il suo destino era già scritto – non si è certo risparmiata: ha seguito per quasi sei anni la vita del detenuto, ha intervistato ragazze che in periodi diversi hanno frequentato Kano, si è spinta persino nella cittadina dell’Oregon di cui Pearson è originario, per intervistarne i parenti, scoprendone il passato burrascoso e le molestie subite in gioventù. Ma il valore aggiunto del film sta soprattutto nel punto di vista assunto dalla regista, che adotta un approccio per quanto possibile freddo e distaccato e, anziché insistere sugli aspetti più sordidi e violenti della vicenda, descrive in ogi suo aspetto un rapporto di disturbante complicità tra aggressore e vittime.

Così, se inevitabilmente colpiscono i monologhi di un Pearson in preda a evidenti problemi mentali, che afferma di “aver vissuto il sogno di ogni uomo eterosessuale”, a fare molto più male è l’atteggiamento delle ragazze: dalla smaliziata Langging che sfrutta l’amante americano per acquistare accessori di alta moda fino alle giovanissime Jacky e Tunay, che alternano passatempi infantili come montagne russe e videogiochi alla convivenza con un uomo ultrasessantenne. Fino al paradosso di Mary Jo, l’unica ragazza che ha avuto il coraggio di portare fino in fondo la sua denuncia e ora deve sottostare non solo alla pressione di Kano, ma anche a quella dei genitori, che smentiscono le sue accuse per poter godere degli aiuti economici garantiti dal vecchio reduce. Un quadro di assoluto degrado morale, in cui anche l’ipocrisia della religione e della società civile fanno la loro parte, che malgrado l’assoluto aplomb della presentazione riesce a generare nello spettatore quelli che dovrebbero essere i risultati di ogni film di denuncia: indignazione e riflessione.

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