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cultura dell'immagine e della parola

Obiettivi troppo ambiziosi

Obiettivi troppo ambiziosi

Il fattore più sorprendente di questa pellicola è la fedeltà che dimostra nei confronti del libro omonimo da cui è tratta, frutto dell’intervista rilasciata durante i suoi ultimi giorni di vita dallo scrittore e giornalista Tiziano Terzani al figlio Folco. E non sto parlando tanto della fedeltà contenutistica, quanto di quella strutturale, visto che il film, per la maggior parte del girato, vede al centro del quadro padre (Bruno Ganz) e figlio (Elio Germano) dialogare su questioni filosofiche ed esistenziali.

La scelta del regista di focalizzarsi sui volti e sugli scambi verbali, utilizzando ad esempio come unica location la Toscana – nonostante i riferimenti all’Asia o ad altri viaggi intrapresi dai personaggi siano diversi – oppure incollando la macchina da presa ai protagonisti, comporta ovviamente un ruolo fondamentale della recitazione. Ed è proprio da qui che possiamo riscontrare i primi difetti della pellicola. Le performance attoriali di Ganz e Germano, forse ostacolati dalla diversità delle lingue d’origine, non spiccano infatti come ci si aspetterebbe. Altra nota negativa della pellicola sono i raccordi tra una sequenza e l’altra. Gli attori vengono spesso inquadrati singolarmente durante i loro scambi di opinioni, proprio come nello stile di una classica intervista. Al termine di un dialogo, il regista è solito mostrarci per pochi secondi i movimenti di uno dei due personaggi, “invadendo” le immagini col commento musicale composto da Einaudi. La formula risulta però poco efficace, e diventa sempre più fuori luogo ogni volta che ci viene ripresentata.

Comunque sia, alcune riflessioni delicate e alcuni momenti toccanti la pellicola le regala. Ma, per assurdo, sono più emozionanti e più dirette le sequenze dove i silenzi e il semplice scambio di sguardi tra gli attori sono al centro della scena, che non quelle in cui a farla da padrona è la parola. Insomma, posto che una sceneggiatura di questo genere comporta a priori la realizzazione di un film difficile (sia da gestire che da gradire), pare che in questo caso lo stile adottato dal regista non aiuti a centrare l’obiettivo.

Curiosità
Gli attori hanno girato ciascuno nella propria lingua d’origine. Germano dunque, dato che non parla tedesco, ha imparato a memoria le parole chiave nei monologhi di Bruno Ganz, per poter reagire nel modo appropriato durante le riprese.

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