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cultura dell'immagine e della parola

La banalità
del male

“L’ora più chiara è sempre quella che precede il buio”. Le parole di Bob Maples si riferiscono all’apparente candore di Lou Ford, ventinovenne dal viso pulito e dalla vita tranquilla. Il vicesceriffo in realtà nasconde dentro di sè un’oscurità che, dopo una vita irreprensibile, comincia pian piano a trapelare, circondandolo di un’aura di sospetto. Tutto ha inizio quando al giovane viene dato l’incarico di scacciare una prostituta da un bigotto paesino di provincia nell’America degli anni Cinquanta. L’incontro con la bella Joyce fa affiorare in lui desideri fino ad allora sepolti, nascosti da un apparente perbenismo, rivelando un’inaspettata e grottesca perversione misogina. Nella mente del ragazzo la passione sfrenata può concludersi soltanto con un delitto e la giovane donna non sarà l’unica vittima, pedina di un gioco tra interessi contrapposti, ne nascerà infatti una spirale di violenza originata dal piacere e continuata per istinto di autoconservazione.

Jim Thompson con il trasgressivo romanzo The Killer Inside Me ha aperto le porte al genere pulp e segnato significativamente la storia del noir americano. Crudo, feroce ma anche innovativo, predilige personaggi tanto disturbati quanto lucidi. Il texano dal viso d’angelo è l’emblema della narrativa thompsoniana, permeata di nichilismo e disprezzo del gentil sesso. Il racconto in prima persona svela i meccanismi della sua mente deviata, ma senza compiacimento o empatia.L’eliminazione metodica degli avversari, reali o presunti, è dipinta come una fastidiosa incombenza tanto naturale quanto necessaria, secondo una visione piuttosto provocatoria per l’epoca (1952). Ancora oggi, al secondo adattamento cinematografico dopo quello del 1976, la storia dell’omicida dagli occhi di ghiaccio è un pugno nello stomaco; lo è ancora di più in virtù delle immagini che esplicitano ciò che l’autore nel libro aveva solo suggerito. La regia di Winterbottom esalta infatti il cinismo dell’opera originale e si sofferma sulla torbidità della relazione con Joyce (Jessica Alba), agnello sacrificale nelle mani del protagonista (un magistrale Casey Affleck). Un minor spazio è dedicato alla storia personale di Ford e alla radice della sua perversione. Nella pellicola la sequenza di immagini ambigue e frammentarie in forma di flash-back dice poco sull’infanzia atipica e sul condizionamento da parte della figura paterna. Mentre Thompson è un maestro nel delineare psicologicamente i propri personaggi, dei quali fornisce una precisa indagine eziologica delle anomalie comportamentali,il regista preferisce lasciare al pubblico il compito di trarre conclusioni circa l’orgine degli atteggiamenti violenti. La trama è comunque valorizzata da una sceneggiatura che alterna passaggi concitati a momenti di quiete pur mantenendo alta la curiosità fino alla catarsi conclusiva.

The Killer Inside Me in ultima analisi è dominato dal contrasto tra la crudeltà delle immagini e l’imperturbabilità dell’assassino; dalla contrapposizione tra la routine di un paese di provincia e l’efferatezza dei crimini. Manca una riflessione [img4]sul contesto sociale e un’analisi della psicologia del protagonista.L’unico messaggio lasciato da Winterbottom, sulla scia dell’opera cartacea, riguarda il modo svogliato e incurante con cui gli uomini si relazionano alla violenza. Egli ritiene che anche quando la malvagità è sotto i nostri occhi inconsciamente la ignoriamo; ci convinciamo che il crimine non sia naturale anche se è da sempre presente nella storia dell’uomo. Il regista ci lascia col dubbio che la crudeltà e la violenza non siano solo l’espressione di un disagio o una reazione eccessiva e malata a un trauma psichico, ma che siano parte della natura stessa dell’uomo. Una concezione pessimista, espressione del sentimento di impotenza di fronte ad una situazione così difficilmente razionalizzabile.

L’assassino che è in me, romanzo di Jim Thompson, 1952
The Killer Inside Me, regia di Michael Winterbottom, 2010

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