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Il cacciatore (v. 2.0)

Il cacciatore (v. 2.0)

A volte una “s” può diventare, cinematograficamente parlando, l’apostrofo rosa tra le parole “successo” e “rifamolo (strano, però)”. È il caso di Predators, diretto da Nimrod Antàl – regista californiano di origini ungheresi rivelatosi con Kontroll, ambientato interamente nella metro di Budapest – e prodotto dai Troublemaker Studios di Robert Rodriguez, che da anni aveva nel cassetto una sceneggiatura pronta per rivitalizzare la saga nata negli anni Ottanta, ma mai il tempo o il budget per portarla sul grande schermo. E così, sulla scia di Predator con Schwarzenegger (1987) e di sequel & spin/off più o meno discutibili, l’anno scorso l’operazione di reboot – quindi teoricamente indipendente dai precedenti soggetti – prende il via con Rodriguez che affida la regia ad Antàl e alla coppia di sceneggiatori Litvak/Finch il suo script come base da cui partire. “Citando Aliens di John Cameron, ho deciso di chiamarlo Predators…” è il manifesto programmatico. Seguendo l’esempio di altri ‘riavvii’ (il Batman di Nolan) ecco che la saga sci-fi della razza di cacciatori alieni viene trasposta in una sorta di sequel, che non manca di strizzar l’occhio al capostipite della serie per trarne giustificazione oltre che un assist per la riedizione.

Primo strappo: cambia l’ambientazione. Non più sulla Terra e tra le giungle del Sudamerica ma in un pianeta alieno dove il classico, eterogeneo e casualmente ben assortito gruppo di soldati e casi umani della più diversa estrazione (marines, narco-trafficanti, yakuza, Mossad, condannati a morte e pure un medico) si ritrovano paracadutati senza sapere perché ma scoprendo ben presto che questa volta sono loro le prede di caccia. E, come nell’originale, man mano che il mistero si svela, la pellicola vira sul genere fantascientifico, recuperando e pimpando le caratteristiche dei vecchi Predators, qui in versione più cattiva, equipaggiata e letale. Questo per quanto riguarda la trama: nulla di trascendentale dato che dopo alcuni minuti si capisce che il giovane dottore, che nulla sembra spartire con questa teppa di mercenari della morte, ha… ooops! Beh, avrete capito: per fortuna un paio di colpi di scena re-indirizzano il tutto verso i binari dell’ovvio ma anche del più filmicamente credibile, lanciando eventuali sequel del sequel.

La mano di Rodriguez si nota soprattutto nella commistione di generi e nell’aver dato vita a nuovi personaggi senza però perdere lo spirito e il fascino dell’universo originale. Le analogie con Predator si sprecano: dal personaggio di Adrien Brody, ispirato a quello di Schwarzy, alla sua controparte femminile, passando per le ambientazioni, funzionali a quello che rimane un film di caccia e fine strategia, sino allo scontro finale in cui il protagonista riesuma lo stesso stratagemma dell’originale. Quelli totalmente a digiuno di questa razza di cacciatori coi dreadlocks che spuntano da futuristiche maschere e dal codice d’onore così ligio alle regole del gioco da intavolare con le prede una mortale ma regolare partita a scacchi potrebbero trovare in Predators una piacevole sorpresa: l’adrenalina non manca, robuste ma ben dosate dosi di machismo nemmeno e la pur manichea distinzione tra i sanguinari cacciatori alieni da un parte e i peggiori esemplari della razza umana incapaci (almeno inizialmente: poi vuoi che i buoni sentimenti non trionfino?) di qualsiasi empatia fra loro stessi dall’altra, funziona. Per i fan della saga, invece, la mano (visibile) di Rodriguez potrebbe non dispiacere e se questo re-boot nulla aggiunge, eccetto che alla patinata superficie, certamente nulla toglie. Un’ora e quaranta di splatter verde fosforescente, qualche effetto speciale decente e un paio di battute da rigiocarsi con gli amici. Come ha detto Finch: “La cosa peggiore che ti può capitare su questo pianeta non è morire ma il doverci sopravvivere”. Dal tramonto all’alba: meglio se con maschera e armi al plasma. (P.S. Quando il bonario faccione di Laurence Fishburne appare da sotto la maschera, rivelandosi non un alieno ma un umano sopravvissuto per anni sul pianeta, un “Morpheeeeus!” si leva in sala: oramai passerà a miglior vita rivestito di latex e con una pillola rossa ed una blu in mano).

Curiosità
Danny Trejo (che nel film interpreta uno dei signori della guerra del narco-traffico) è stato voluto nel cast dallo stesso Rodriguez, che lo dirigerà nel prossimo Machete, il film nato come fake-trailer nell’operazione Grindhouse e trasformatosi in progetto a sé stante, oltre che pellicola di culto prima ancora dell’uscita.

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