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cultura dell'immagine e della parola

Vivere
o sopravvivere?

Il romanzo solleva un grande interrogativo esistenziale: “Vale la pena sopportare una vita di stenti, in cui si è ridotti a ombre di se stessi?”. La domanda non è nuova. Ce lo si è chiesto davanti ai campi di sterminio, davanti alla povertà dei popoli del terzo mondo, di fronte alle guerre che insanguinano alcune aree del nostro pianeta. Per quanto estreme queste situazioni possano essere, si tratta di fenomeni circoscritti. La desolazione nel mondo di McCarthy invece è totale, senza vie di scampo. Il protagonista e suo figlio non sono soli come il Will Smith di Io sono leggenda (2007), ma non possono fidarsi di nessuno né aiutare altre persone. Il rischio costante è quello di essere divorati dalle bande di cannibali oppure di morire d’inedia o di freddo. Non si sa quale catastrofe abbia causato l’estinzione di quasi tutte le forme di vita, l’oscuramento della luce solare e il depositarsi ovunque di uno spesso strato di cenere. La sola certezza è che prima o poi tutte le risorse che permettono ai superstiti di resistere finiranno e la speranza più grande per un uomo è quella di sopravvivere fino al giorno successivo. I più si suicidano, altri abbandonano la propria dignità di esseri umani e si cibano dei propri simili. Il Padre del romanzo trova nella propria creatura l’unico motivo per andare avanti, pur sapendo di non poterla proteggere per sempre. Entrambi sono volutamente privi di nome e d’identità: la catastrofe li ha spogliati di qualunque attributo; resta soltanto il profondo amore che li lega. Quest’affetto è paradigmatico poiché incarna la relazione tra genitore e figli nei momenti più difficili, come quello di una leonessa che difende il proprio cucciolo dai predatori e gli insegna a procacciarsi il cibo. Ma il legame tra padre e figlio, persino nella devastazione, non è unicamente istintuale. Il protagonista rafforza il rapporto col bambino raccontandogli di un mondo che non esiste più, fatto di supermercati, pubblicità, musica, automobili. Il ragazzino col proprio buon cuore e la propria generosità, risveglia nel padre quei sentimenti a lungo sopiti davanti alla necessità di sopravvivere. Entrambi difendono la propria natura umana rispettivamente attraverso i ricordi e i sogni e si confortano in essi mentre la certezza della fine si avvicina ogni giorno di più.
Più di una volta i personaggi si chiedono quale sia il male minore, ma hanno la sensazione che di fronte alla morte ogni scelta sia personale e forse non giudicabile. Accettare i diversi modi di reagire alla crisi non è comunque semplice: il Padre porterà sempre dentro di sé il senso di colpa per aver lasciato che sua moglie si togliesse la vita e li abbandonasse.

La speranza nel futuro è lievemente più tangibile nell’opera di Hillcoat, che ha ricreato fedelmente l’atmosfera del libro e ha selezionato degli interpreti all’altezza, ma che ha deciso di conferire al finale una sfumatura più positiva. La sceneggiatura opta per una rappresentazione degli episodi più significativi del romanzo, collocati in ordine differente rispetto all’originale. Ciò non toglie vigore alla trama, rafforzando anzi l’incisività del racconto. Si sceglie tuttavia di evitare quasi tutti i colpi di scena e di spiegare in maniera più semplice e lineare i fenomeni del mondo post-calamità (ad esempio il cannibalismo). Mortensen, attore-feticcio di Cronenberg, si cala perfettamente nella parte dell’uomo rassegnato e malinconico. L’amata moglie è impersonata da Charlize Theron, che appare in alcune brevi sequenze di flashback. L’attrice sudafricana regala momenti di particolare intensità incarnando una donna angosciata dal futuro del figlio che sta per mettere al mondo e disperata di fronte all’ineluttabilità del destino.

Il ragazzino ha un ruolo più marginale rispetto alla controparte letteraria poiché [img4]ne si evidenzia solo il carattere naïf, non la sensibilità, l’altruismo e la gratitudine. Non si tratta di un personaggio tridimensionale, ma di una figura utile a sottolineare per contrasto l’amore e la determinazione del genitore. L’unica critica che si può muovere a Hillcoat è l’aver così tralasciato la contrapposizione tra Il Vecchio (il Padre), legato ad una società che non esiste più e oppresso dalla sofferenza del ricordo, e il Nuovo (Il Figlio), nato dopo il cataclisma e puro di cuore. Il primo si ricongiungerà nella morte a ciò che ha amato, lasciando al figlio dell’apocalisse il compito di tener vivo “il fuoco che ha dentro”, cioè la capacità di sperare.

La strada, 2006, romanzo di Cormac McCarthy
The Road, 2009, film di John Hillcoat

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