hideout

cultura dell'immagine e della parola

Sulle tracce del riccio

Sulle tracce del riccio

Verrebbe da chiedere se prima di vedere un film liberamente tratto da un romanzo, peraltro non un romanzo qualsiasi ma il caso letterario di un paio di anni fa, sia opportuno o meno leggere quest’ultimo. E non è così facile rispondere. Perché, una volta letta con gran gusto l’opera di Muriel Barbery, inevitabilmente si guarda allo schermo con le attese che la lettura non ha potuto far a meno di suscitare. E si sente che la versione cinematografica della storia poetica e tragica di un’amicizia sui generis fra due persone che apparentemente non hanno nulla in comune eppure sono legate da un’indissolubile affinità elettiva, cioè fra la dodicenne Paloma e la portinaia Renée, è un’opera altrettanto lirica, ma emotivamente più fredda e scura.

Ne Il riccio il lusso della lentezza della riflessione in solitaria, che contraddistingue le due protagoniste del romanzo, sfuma in sottofondo per lasciar venire alla ribalta le nevrosi di quel mondo adulto e malvagio che Paloma scorge nei suoi familiari e contro cui oppone il suo rifiuto più netto e per lasciare il posto a un ritmo veloce di rappresentazione (il film inizia calando immediatamente lo spettatore in medias res e da lì i fatti si concatenano rapidi l’un con l’altro). Merito della regista è aver dato cinematograficamente spazio al “non detto”, al sottinteso, al registro del “sottovoce”; però tutta la genialità bizzarra dei pensieri di Paloma e le impegnate letture filosofiche di Renée si riducono a poca cosa. Probabilmente l’inserimento della voice over di madame Michel che legge brevissimi estratti da alcuni capolavori della letteratura o da complessi testi filosofici senza compromettere la struttura minimalista della narrazione cinematografica avrebbe riscaldato le scene. Il riccio della Achache è decisamente più serioso e meno ironico di quello della Barbery, che trova il modo di far sorridere attraverso l’intelligenza e l’osservazione attenta dei dettagli del reale. Forse si tratta di una scelta consapevole: i colori dominanti della pellicola sono tinte fredde, dal blu all’azzurro al grigio, gli stessi volti delle protagoniste sono pallidi, gli interni della grande casa di Paloma non trasmettono calore. Tranne uno, il disordinato “laboratorio creativo” che costituisce la camera della ragazzina, il “buon nascondiglio” per pensare, scrivere, disegnare. Si rivela molto efficace a livello estetico l’idea di far leva sulla passione della ragazzina per il disegno per creare sullo schermo degli scorci onirici – quasi delle pause liriche – per mezzo di affascinanti disegni in bianco e nero che si animano per magia. Un’idea inoltre intonata al contesto dato che il disegno, attività più che mai silenziosa, si connette al discorso della visione esattamente come la scelta di sostituire il diario di Paloma – beninteso, rigorosamente segreto come segreti sono l’amore per la cultura e l’intelligenza della portinaia – con una telecamera. Il punto di vista adottato dunque è quello di Paloma, benché Renée sia evidentemente coprotagonista. Ma gli occhi che scrutano il mondo circostante alla ricerca di risposte interiori sono quelli della ragazzina, la percezione delle “cose” in senso fisico (pensiamo all’esperimento ottico in cui guarda i suoi familiari da dietro un bicchiere) è la sua.

Il riccio della Achache in poche parole è più romanzo di formazione di Paloma che viaggio a ritroso nel tempo di Renée. Quanto agli attori, la parte sembra perfettamente cucita addosso a tutti e tre i vertici che compongono il singolare triangolo intellettuale della vicenda: Josiane Balasko nei panni della portinaia, Garance Le Guillermic in quelli della ragazzina, Togo Igawa in quelli del giapponese monsieur Ozu. E in questo caso l’arte del levare si rivela vincente, perché il film risulta armonicamente bilanciato e i personaggi principali fanno sentire tutta la loro originalità anche se l’animato e vivace contorno degli altri condomini di rue de Grenelle numero 7 è stato ridotto praticamente a zero. Bellissimo il finale: la voice over della coprotagonista fuori scena nel momento tragico – proprio come succedeva nella drammaturgia delle tragedie greche – giunge serena e pacata, una voce svincolata dal corpo, una voce che è diventata pura poesia. Ironia della sorte per Renée appassionata ed esperta conoscitrice della letteratura, un destino così simile a quello di Orfeo nel quarto Libro delle Georgiche di Virgilio («Eurydicen vox ipsa et frigida lingua / ah miseram Eurydicen anima fugiente vocabat» vv.525-6). Un poeta appunto.

Non c'è ancora nessun commento.

Lascia un commento!

«

»