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Il grano, la grana e le grane

Il grano, la grana e le grane

Apparentemente frivolo e sempliciotto, per qualcuno, forse, addirittura solo un’ombra simulata del cinema dei Coen, questo nuovo film di Steven Soderbergh (in attesa di scoprire, se mai arriverà in Italia, The Girlfriend Experience presentato al Sundance e al Tribeca 2009) rappresenta invece la puntuale continuazione del suo singolare percorso creativo di regista (senza dimenticare il suo essere spesso e volentieri sceneggiatore, responsabile del montaggio, della fotografia e produttore). È in questa direzione che si deve collocare The Informant!, commedia aspra, ambigua e dalle forme strane (la fotografia rimanda alle atmosfere di una crime-spy story, è curata da Soderbergh alias Peter Andrews), che si affaccia al cinema degli anni Settanta (con tanto di titoli di testa che citano i film di quegli anni – uno su tutti La conversazione – The Conversation, Francis Ford Coppola, 1974), modulata su un’insistente ma folgorante colonna sonora (composta da Marvin Hamlisch) e interpretata da un goffo, ma sempre in grinta e ingrassato di oltre dieci chili, Matt Damon, nei panni di Mark Whitacre, un dirigente di una multinazionale agroalimentare.

La storia, per quanto possa essere assurda e incredibile, è vera ed è stata tratta dal libro The Informant (A True Story) di Kurt Eichenwald (che qui è pure produttore esecutivo) e consiste in un frullato di demenzialità e spionaggio che vede protagonista lo schizofrenico Whitacre, sua moglie, i massimi dirigenti della Archer Daniels Midland, e, ovviamente, gli investigatori dell’FBI. The Informant!, col punto esclamativo, come se fosse un fumetto, è un film sulle menzogne e sulla potenza dell’equivoco, che non deve essere preso troppo sul serio ma neanche troppo alla leggera perché, se è vero che è costruito per far ridere, possiede, non troppo in profondità, uno strato drammatico che inevitabilmente spinge a riflettere. È, di fatto, una rilettura apocrifa di ciò che il sistema consumistico ha lasciato all’epoca contemporanea (la storia si svolge negli anni Novanta) e, soprattutto, rappresenta idealmente un viaggio rocambolesco alla scoperta della psicologia di Whitacre, credibile quando si fa chiamare Agente 0014 perché lui è furbo due volte James Bond e capace di scatenare una corsa al ladro lunga quasi un decennio, senza rendersi mai conto che le sue bugie finiranno per essere molto più costose delle truffe da lui denunciate.

E non bisogna dimenticare che Whitacre, nonostante la sua predisposizione a mentire e fingere (e in questa direzione ricorda vagamente il romantico e ribelle Frank Abagnale, interpretato da Di Caprio in Prova a prendermi – Catch me If You Can, Steven Spielberg, 2002, solo che qui Damon non è per niente romantico e ribelle) è, in tutti i sensi possibili e immaginabili, in tutte le prospettive plausibili, una vittima. Fin dall’inizio si scopre che lui, diplomato in chimica, è stato assunto da una delle aziende più importanti al mondo nel settore agroalimentare, come impiegato-dirigente. Questa semplice informazione, a un certo punto, viene rigurgitata nel bel mezzo della paranoica caccia al ladro, in un attimo di sconforto e paura, quando Mark Whitacre si chiede: «Ma io sono solo un biochimico!». Un momento di sincera verità, non l’unico, che conduce al nucleo del film di Soderbergh (la menzogna intesa anche come finzione e il gusto per l’indagine sono come dei codici nel suo sistema cinematografico, da Erin Brockovich a Intrigo a Berlino, da Traffic a Che) che è il personaggio Whitacre (il Whitacre pensiero suona irrefrenabile in tutto il film grazie alla voce off) al centro di una voragine di bugie da lui creata. Ma il film riesce a far ridere del protagonista senza degenerare nella parodia e soprattutto riesce a spostare la riflessione e a riconsiderare il paradosso delle bugie: si dicono, ma per diventare vere, per prendere forma, devono essere ascoltate da qualcun altro. Quindi, alla fine, cos’è vero?

Curiosità
Presentato Fuori Concorso alla 66. Mostra del Cinema di Venezia. Il film è pieno zeppo di riferimenti di genere, su tutti spicca il continuo richiamo alla vicenda del film Il socio (The Firm, Sydney Pollack, 1993), e ai romanzi di Crichton. Per The Informant!, il regista ha usato ancora una volta la Red Cam, strumento di ultima generazione che ha usato per la prima volta in Che. La Red Cam è una macchina digitale ad alta definizione. La sua flessibilità agevola di molto il lavoro e ha permesso a Soderbergh di usare al minimo le luci e di girare anche con la luce naturale.

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