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Perfezione formale tra fede e passione

Perfezione formale tra fede e passione

Stile, perfezione formale e scenografica permeano questo epico e decadente dramma inglese, che rimane nella mente – più che nel cuore – per quel senso di ineluttabilità di fronte alle scelte dettate dall’adesione a una fede o al suo rifiuto, a indicare due mondi inconciliabili nel tempo e nello spirito. Girato nella dimora inglese che fu l’ambientazione per l’omonimo sceneggiato inglese del 1981 con Jeremy Irons, il film si impone allo spettatore con le sue prospettive dall’alto, i lunghi carrelli e gli ampi e precisi movimenti di macchina e dolly. Metafore, questi, di una realtà distante e prossima alla disintegrazione, per il suo saldo ancoraggio a principi in conflitto con quelli dei tempi.

La precisione e l’eleganza formale si trasformano in veicolo per un’identificazione visiva con il protagonista, Charles Ryder, studente universitario prima, pittore poi e infine ufficiale, il cui punto di vista non si impone, ma ci guida attraverso i fatti, grazie a inquadrature che lo riprendono di spalle e che aprono a un mondo anche per noi sconosciuto e distante, quello dell’antica nobiltà inglese di religione cattolica. Ed è proprio la religione che funge da vero deus ex machina, andando a riordinare i rapporti tra i protagonisti e sottraendo con forza lo spettatore disilluso a una risoluzione passionale e travolgente degli stessi, nonostante le premesse. Il nobile omosessuale, che stringe amicizia con un protagonista anelante a emozioni che alimentino la sua inclinazione per la pittura; la bella sorella, dal carattere forte e apparentemente ribelle, al cui amore il protagonista aspira, come compimento di un suo ideale estetico; la nobile madre, fervente cattolica, per la quale il protagonista è, prima, mezzo per la redenzione del figlio e, poi, capro espiatorio – e unico rimedio – della dissoluzione della famiglia; l’ex marito della donna, il cui estremo ateismo, ricercato nella baldoria e nell’esuberanza visiva della lagunare città veneta, vacilla di fronte alla morte. Tutto è riordinato dalla religione, che lega le mani al protagonista, prima entusiasta e infine arrabbiato per l’impossibilità di capire e agire e dilaniato, per questo, da un senso di colpa più razionale, che etico. Un senso di colpa che lo condurrà infine a rispettare i valori e i sentimenti altrui, prima detestati e a lasciare ardere la fiamma della fede di cui essi erano intrisi. Il sogno proibito del protagonista borghese – quello di inserirsi in una realtà nobiliare iperbolicamente barocca e inconcepibilmente obsoleta – è destinato, quindi, a frantumarsi contro il muro della fede, così come la magnifica tenuta, nella cornice dei nuovi valori della Seconda Guerra mondiale, è votata allo sfascio.

Accurato e impeccabile nella ricostruzione di un’epoca ed elegante e preciso nel montaggio, Ritorno a Brideshead suggella di nuovo, dopo Becoming Jane, il prevaricare dei valori della famiglia e dei doveri ad essa connessi a discapito della passione e del sentimento del singolo individuo.

Curiosità
Originariamente affidata alla regia di David Yates, che scelse come interpreti principali Paul Bettany, Jude Law e Jennifer Connelly, la pellicola fu poi diretta da Julian Jarrold, a causa dell’impegno di Yates su Harry Potter e l’ordine della Fenice. Jarrold riprese in mano il progetto e ripeté il casting.

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