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La surrealtà non ha confini

La surrealtà non ha confini

Un film di non detti e di grandi misteri. Lei, Louise (Yolande Moreau) è un’operaia di fabbrica. Abulica apparentemente ma risoluta e caparbia. Scopriamo che era uomo, Jean Pierre, ma non è chiaro fin da subito. In realtà rimane oscura la ragione secondo la quale il suo responsabile di reparto la chiama Jean Pierre. Lui, Michel (Bouli Lanners), un sicario, un uomo che era donna e che ora cerca di riscattarsi assumendo un atteggiamento aggressivo e fiero e soprattutto svolgendo un lavoro da vero duro e impavido. In realtà è un codardo, in grado unicamente di assoldare persone disperate e in fin di vita che possano al suo posto compiere il suo lavoro.

Il film è una commedia dell’assurdo: la coppia Benoit Delépine e Gustave de Kervern, registi esordienti francesi, seguono continui salti temporali da una scena all’altra senza un particolare filo logico. Si va dall’episodio passato in cui Louise uccide per poi finire in prigione, al presente in cui Michel perde la sua pistola, o si mette a sparare contro un manichino per allenarsi in una scena alla Mezzogiorno di fuoco. L’ilarità che ne consegue è assicurata ed è dovuta sostanzialmente alle situazioni assurde che si vengono a creare fin dalle prime battute del film (chi è il personaggio che deve essere cremato e che risulta poi impossibile cremare?), ma anche all’espressività dei protagonisti. Il semplice aplomb delle lavoratrici e i visi che accolgono senza battere ciglio la proposta di Louise di uccidere il capo valgono la visione del film.

Il genere umoristico è certamente tutto francese: è un film muto anni sessanta alla Jacques Tati, in cui al posto del goffo Monsieur Hulot c’è una coppia imbranata, che incespica silenziosamente. I due si aggirano per la Francia, per il Belgio e per paradisi fiscali improbabili alla ricerca di un inafferrabile Godot; nel frattempo scoprono il loro rispettivo passato, incontrano altri individui surreali, come la moglie narcolessica del fattore, il moribondo con il cappello di plastica, la malata terminale. L’intrigo prosegue velocemente, inciampando in scene che fungono da intermezzo che non hanno lo scopo di fare avanzare la storia, bensì di confermare ancora di più l’effetto surreale della vicenda: Louise che caccia un coniglio e lo mangia crudo avidamente si inserisce nel plot senza colpo ferire, confermando il personaggio come rude e senza scrupoli. Nel finale i registi lasciano ancora una volta senza parole, con una curiosa ghost track che molti spettatori frettolosi rischiano di perdere. Dunque un consiglio: non scappate ai titoli di coda..

Curiosità
I film ha ricevuto il Premio speciale della giuria per l’originalità al Sundance Film Festival e il premio della giuria per la miglior sceneggiatura al Sebastian IFF.

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