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Coen in salsa iraniana

Coen in salsa iraniana

Onde evitare accuse di blasfemia cinematografica, mettiamola così: se i fratelli Coen fossero nati in Iran, forse avrebbero girato un film come questo. Un film nel quale i personaggi girano a bordo di vecchi pick-up Chevrolet, seppelliscono pecore, scattano foto guidando una jeep, frequentano sale d’aspetto di veterinari, pronunciano frasi come “Non so se vuole fare colpo su di noi o sulla mucca”; e, soprattutto, vanno incontro inconsapevolmente al proprio destino rimanendo incastrati in avvenimenti più grandi di loro.

Non che Rismane baz (questo il titolo originale) si distacchi troppo dalla tradizione del cinema iraniano, specializzato in un minimalismo narrativo che diventa simbolo di valori universali. Solo che il regista Mehrshad Karkhani, quasi esordiente – è al suo secondo lungometraggio – ma tutt’altro che sprovveduto, carica il tutto di ironia e senso del grottesco in dosi massicce, non disdegnando a tratti di strizzare l’occhio alla comicità slapstick (si vedano la scena del pestaggio del ladro di pecore, o la mucca imbizzarrita che mette in fuga una folla di cittadini). I significati sociali del film, che pure sono ben presenti nel contrasto tra un mondo rurale misero e arcaico e una città libera ed emancipata, restano intelligentemente in secondo piano di fronte all’incalzante susseguirsi degli eventi, frutto anche di un’ottima sceneggiatura. A parte la caratterizzazione dei personaggi, perfettamente andata a segno grazie all’eccellente prova dei due attori principali, il film si giova anche di una fotografia sobria ma incisiva. Meno riuscito il commento sonoro, che certo dà una forte connotazione etnica al film ma non è altrettanto efficace dal punto di vista narrativo.

Una nota particolare la merita il titolo: Loose rope (corda allentata) da un lato si può considerare uno spoiler che non lascia alcun dubbio sulla conclusione della vicenda, dall’altro però crea nello spettatore un clima di tensione che rende ancor più atteso lo “scioglimento” – sia perdonato il gioco di parole – della vicenda. È questo, d’altronde, lo spirito dell’opera: una commedia amara, agile e veloce, che non fa pesare troppo la marcata struttura narrativa. Il film, infatti, è nettamente diviso in due blocchi, connessi attraverso il viaggio dei protagonisti dalla campagna a Teheran; suddivisione che però non risulta mai schematica né artificiosa, a dispetto dei tanti sotto-plot che si aprono e si chiudono senza essere ripresi. Del resto, la scena finale dimostra la consapevolezza di quest’operazione, collegandosi direttamente all’apertura del film: ancora una volta due personaggi che si stagliano in controluce sullo sfondo di un tramonto, in un’iconografia tipicamente western. In fondo, è pur sempre un film di cowboy: nel vero senso della parola.

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