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cultura dell'immagine e della parola

Dentro e fuori

Dentro e fuori

Un gioco a incastri tra realtà e finzione, un dramma che si nasconde dietro la porta, un disagio mascherato, ma indagato, un quadro del quotidiano agrodolce che sconfina semplicemente nel tenero, nel vero, nel malinconico. Sono queste le coordinate inseguite da Giuseppe Piccioni (cinque anni dopo La vita che vorrei) per raccontare le storie dei suoi personaggi, tutti in bilico su binari che spingono all’immersione/evasione dai luoghi presi come riferimento: una piscina, due case, una prigione. Oppure tutti coinvolti in una dinamica di presenza/assenza dove si mescolano finzione e realtà, sogni e frustazioni, disagi, inquietudini e rassicurazioni. Piccioni gestisce i suoi personaggi/attori scegliendo la strada della genuinità, evita la retorica, scarta fin da subito facili prestazioni, simpatici occhiolini, luoghi comuni e frasi fatte. L’equilibrio formale spinge anche a compiere un passo ulteriore.

Piccioni è abile nel condurre lo spettatore su più strade. Inizialmente sceglie l’ambito onirico, e i codici del mondo letterario, e racconta il suo protagonista Guido dal punto di vista dell’assenza/pigrizia creativa e inserisce le storie dei suoi “personaggi in cerca d’autore” – in realtà la ragazza degli ombrelli, la spogliarellista e il prete sono figure significative che funzionano da raccordo con il quadro generale – che giocano con la mente di Guido. Poi Piccioni apre la strada ai sentimenti e fotografa le ansie, le paure, i desideri di chi è in cerca di riscatto, fiducia, affetto, comprensione. Giulia e Guido escono da un luogo per entrare in un altro luogo e fermarsi. Si conoscono, si parlano, si ascoltano e si fidano reciprocamente e in modi diversi. Piccioni racconta l’affinità di un amore fragile e potenzialmente ricco, distinguendolo, senza essere patetico, da un amore, quello tra Guido e la moglie Benedetta, destinato a soffocare.

Infine, Piccioni guida lo spettatore dentro una terza via, più stretta, più tortuosa realizzando una certa riflessione sul sistema dei ruoli a cui la persona è chiamata a rispondere. Guido, per esempio, è marito, scrittore, amante, padre, uomo di circostanza e uomo da salotto, mai capace però di trovare una sua vera identità. Giulia non esce la sera preme fortemente sulle sottrazioni (non uscire, non avere idee, non sapere nuotare, non comunicare, non avere interesse) ma riesce a definire la condizione della persona che, in questo film, non viene mai messa in disparte. A Piccioni sembra interessare, come sempre nel suo cinema, il senso racchiuso nella vita dei suoi personaggi. E la sincerità/leggerezza del racconto, associata alla sintonia tra Mastandrea e Golino – senza dimenticare pure le ottime spalle – lo conferma.

Curiosità
Giuseppe Piccioni (nato a Ascoli Piceno il 2 luglio 1953), ha dichiarato: “L’idea di Giulia non esce la sera nasce in un momento delicato della mia vita professionale, in cui non sapevo davvero che direzione prendere, così cominciai a frequentare una piscina; io però, a differenza del mio protagonista e di Valerio Mastandrea, sapevo nuotare. È stato in quei giorni che ho cominciato a riflettere sul nuoto, su quanto curiosa fosse questa attività sportiva che ti scollega dal mondo e ti lascia solo coi tuoi pensieri. Queste riflessioni sarebbero andate perdute se non avessi incontrato Federica Pontremoli con cui abbiamo creato il personaggio di uno scrittore scomodo. Non è stato facile raccontare una storia al centro della quale spiccasse questa figura, senza cedere alla tentazione di raccontare l’ambiente letterario. Ho sempre avuto una grande curiosità verso quel mondo ma allo stesso tempo non mi interessava “ricostruirlo”, magari banalizzandolo. Abbiamo perciò mantenuto una certa estraneità, descrivendolo liberamente, dal punto di vista di chi non vi appartiene”. Inizialmente il film si sarebbe dovuto intitolare Il premio.

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