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Intervista a Laurent Cantet

Vincitore della Palma d’oro a Cannes, Laurent Cantet presenta il suo film in uscita, La classe.

Come è nata l’idea di girare questo film?

Poco prima di realizzare Verso il sud, mi è venuta l’idea di fare un film su ciò che accade in un liceo. Rapidamente, il progetto ha preso una vita autonoma e ho deciso di non abbandonare mai l’ambiente interno dell’edificio. All’epoca, sempre più persone volevano rendere le scuole un ‘santuario’. Io desideravo mostrare l’opposto, raffigurando un istituto come un megafono e un microcosmo del mondo, dove i problemi legati all’eguaglianza, in termini di opportunità, lavoro e potere, integrazione ed esclusione culturale e sociale, esistono concretamente. Sulla carta, avevo sviluppato una scena su un consiglio scolastico, che ho visto come una sorta di ‘scatola nera’ liceale. Nel periodo dell’uscita di Verso il sud, ho incontrato François Bégaudeau, che stava presentando il suo nuovo libro Entre les murs. Il suo era un contrattacco alle accuse verso le scuole moderne. Per una volta, un professore non scriveva per vendicarsi degli adolescenti, presentandoli come dei selvaggi o degli idioti. Ho letto il libro e ho provato immediatamente la sensazione che lui avrebbe potuto contribuire al mio progetto iniziale in due modi. Per prima cosa, mi avrebbe fornito il supporto di materiale documentaristico di cui avevo bisogno e che altrimenti avrei dovuto creare da solo passando un po’ di tempo in qualche liceo. Inoltre, ero rimasto ispirato dal personaggio di François stesso e dal rapporto diretto che aveva con i suoi studenti. Lui sintetizzava e incarnava perfettamente i differenti aspetti degli insegnanti che avevo immaginato.

Com’è stato il lavoro con gli adolescenti del film?

Il lavoro con gli adolescenti è iniziato nel novembre del 2006 ed è durato fino alla fine dell’anno scolastico. Abbiamo organizzato dei laboratori aperti ogni mercoledì pomeriggio e tutti i ragazzi del terzo e del quarto anno potevano parteciparvi. Non contando quelli che sono venuti soltanto una volta, abbiamo conosciuto una cinquantina di studenti. Quasi tutti quelli che hanno fatto parte della classe nel film sono quelli rimasti con noi tutto l’anno. Gli altri hanno abbandonato spontaneamente.

Come avete lavorato poi sulla sceneggiatura?

I ragazzi non hanno mai avuto una sceneggiatura a disposizione. Abbiamo notato che quando improvvisavano basandosi su certe situazioni che richiedevamo, erano in grado di inventarsi i loro dialoghi. In certi scambi ed espressioni che François presentava nel suo libro, era chiaro che si trattava di una questione di archetipi di linguaggio e delle loro preoccupazioni. L’intero film è costruito attorno al linguaggio. Io volevo girare questi incredibili momenti di dialogo che sono così frequenti in una classe, dove l’attinenza o la forza della propria posizione non hanno una grande importanza, mentre quello che conta maggiormente è avere l’ultima parola. E’ un gioco in cui gli adolescenti eccellono, una sorta di retorica senza uscita in cui spesso vengono trascinati anche gli insegnanti. In particolare, avvengono delle frequenti incomprensioni che portano le persone a non capirsi o a comprendere soltanto la metà di quello che viene detto. Per esempio, l’equivoco sul significato della parola ‘racchia’ dà origine ad un conflitto. O le parole di troppo di François durante l’incontro del personale, per cui il ragazzo “limitato a livello scolastico” diventa soltanto “limitato” nella versione dei delegati di classe, portando Souleymane a dover affrontare un incontro disciplinare.

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