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In punta di piedi

In punta di piedi

Pochi mesi nella vita di una quarantenne, un rivolgimento totale, qualcosa che finisce e qualcosa che inizia nuovamente. Una storia in cui si rincorrono rinascite e morti.
La storia di April è una storia intima e intimamente raccontata: Helen Hunt, divisa tra i tempi televisivi della sit com (Innamorati pazzi) e i vezzi romantici della commedia (What women want, Nancy Meyers, 2000) incornicia una vicenda di sentimenti quasi invisibili tanto sono delicati.

Senza chiaroscuri, con uno sguardo lucido e diretto, che sta vicino ai personaggi e li guarda di fronte, negli occhi, per cogliere con naturalismo qualsiasi sfumatura: amore, innamoramento, paura, mistificazione, rabbia, gelosia, delusione, speranza.
E ogni personaggio non è descritto, ma rappresentato nella sua essenza attraverso il suo modo di camminare, vestirsi, parlare: il marito-bambino di April, con scapre da ginnastica e cappellino; la madre naturale con tacchi, silicone e un’abbondanza di sorrisi e carne tutta materna, vera e viva (non dubitiamo nemmeno un minuto che sia lei la vera madre); la madre adottiva magra, legnosa; il nuovo amore, paterno e materno insieme, un elemento nuovo (è inglese) e imprevedibile.

Una storia di formazione adulta, che germoglia dalle profondità della femminilità: il legame madre figlia viene osservato come un filo elastico che collega le donne al loro fecondità, di amore, di vita.
April è per sua natura non feconda perchè senza legami fisici di discendenza dalla madre adottiva; ha scelto come marito un uomo incapace di comportarsi come un adulto. Poi l’incontro con la madre naturale sblocca la sua rigidità, la fa fiorire, la rende capace di generare vita.

Qui l’amore è un concetto che si incarna nei personaggi, un elemento recitante che non viene mai nominato, ma è sempre presente e si identifica trasversalmente con il sesso, con i rapporti tra genitori e figli, con l’inevitabilità biologica dei legami.
E la barzelletta ebrea che fa da cornice alla narrazione è uno sguardo ulteriore sulle mille sfaccettature dei sentimenti: gli uomini e le donne possono portare dentro di loro la vita solo se si rendono capaci di non salvare, di lasciar cadere i propri figli.

Controcorrente, un film sentimentale perchè parla di sentimenti, in un modo estremo e sincero, che ricorda la radicalità e la necessità di mostrare “gli amori” dell’Eastwood di I ponti di Madison County.
Anche in quel caso, un artista nato attore si era messo dietro la macchina da presa prestando una cura delicatissima al lavoro degli attori, alla loro capacità di rendere nella carne del corpo i movimenti sfuggenti dell’anima.

Curiosità
Lo scrittore indiano Salman Rushdie recita nel film la piccola parte del ginecologo di April. Precedentemente è apparso nei panni di se stesso in Il diario di Bridget Jones (Sharon Maguire, 2001).

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