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cultura dell'immagine e della parola

Cannes
18 maggio

A Cannes è il giorno di due ottimi film provenienti dall’estremo oriente: il giapponese Tokyo Sonata e il coreano The Chaser. Il primo, presentato per la sezione Un certain regard, è l’ultimo lavoro di Kurosawa Kiyoshi, regista specializzato in J-Horror, il filone di horror giapponesi ora molto di moda. Ma Tokyo Sonata sembra un’opera anomala nella sua filmografia, raccontando di una normale famiglia giapponese. Il padre ha perso improvvisamente il lavoro, e riesce a farsi assumere in un lavoro molto umile, senza dire niente a nessuno. Il figlio maggiore decide di arruolarsi volontario nelle truppe giapponesi di supporto all’esercito americano in Iraq. Il figlio minore cerca di coltivare la sua aspirazione, ostacolata fortemente e violentemente, quella di diventare pianista. La madre fallisce nei suoi tentativi di tenere unita la famiglia, ormai disgregata. L’orrore è dunque presente anche in questo film di Kurosawa Kiyoshi, ma non e’ dovuto a elementi soprannaturali. E’ l’orrore della vita quotidiana e degli eventi bellici che ci entrano in casa ogni giorno dai telegiornali e, in quanto tale, è ancora più angosciante.

La Corea del Sud, dopo Chan-wook Park, si conferma una vera fucina di nuovi talenti con The Chaser, l’opera prima di Na Hong-jin presentata per Hors competition. Racconta una storia di un serial killer, reinventando completamente gli stilemi di tale filone cinematografico. Basta pensare che il brutale assassiino viene scoperto e catturato nei primi dieci minuti, ma il film ovviamente, non essendo un corto, continua riservando continuamente colpi di scena. E le invenzioni visive sono all’altezza di Il silenzio degli innocenti (The Silence of the Lambs, Jonathan Demme, 1991). Non si può affermare il contrario di teste e mani mozzate tenute come elementi decorativi all’interno di un acquario!

Nella competition approda Gomorra di Matteo Garrone, che racconta cinque storie di ambientazione mafiosa, riprese dal best seller di Saviano. Garrone si conferma come il regista piu’ adatto a mettere in scena il libro e ne è la riprova la ricerca accuratissima dei paesaggi, che gia’ aveva fatto per L’imbalsamatore (2002): mostri architettonici, immensi edifici dismessi, gigantesche cave abbandonate, la traduzione visiva del mondo di Saviano. Come prevedibile, magistrale interpretazione di Tony Servillo presente a Cannes anche con Il divo di Sorrentino. Per quale delle due opere riceverà il premio di migliore attore?

Sempre in concorso il cinese Er shi si cheng ji del Leone d’oro Jia Zhangke. Si tratta di un documentario sulla demolizione della gigantesca fabbrica 420 nella città di Chengdu. La storia dello stabilimento è raccontata attraverso le vite a otto persone intervistate appartenenti a tre diverse generazioni. Come nelle altre opere del regista, vedi Still Life, l’attenzione è focalizzata sui giganteschi cambiamenti sociali, che si riflettono anche nella trasformazione del paesaggio, che sta attraversando la Cina.

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