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Tempi nostri, tempi mostri

Tempi nostri, tempi mostri

“O tempora, o mores!” esclamava Cicerone, impotente di fronte alla corruzione dei suoi tempi. È il sottotesto che attraversa l’intera pellicola di Grande grosso e… Verdone, l’ultima creazione dell’attore romano a ventotto anni di distanza dal suo esordio alla regia, film invocato a quanto pare da migliaia di fan che chiedevano di rivedere sul grande schermo alcuni dei personaggi della galleria Verdone, dal Leo di Un sacco bello, al Callisto di Bianco Rosso e Verdone, fino al Moreno di Viaggi di nozze. E rieccoli, riveduti e corretti all’anno 2008 di nostra vita, per indagare un po’ la corruzione dei nostri tempi, di un’Italia che non ce la fa proprio a scrollarsi di dosso i suoi vizi storici e che sembra sprofondare sempre più nell’appiattimento morale e nella volgarità diffusa.

Non sono tutti riusciti, i tre episodi del film, il che equivale e a dire che non sono tutti riusciti i tre personaggi, nonostante Verdone attore confermi la sua bravura e riesca più che mai a infondere umanità in questi sottoprodotti (dis)umani di una cultura che dovrebbe smettere di definirsi tale e recuperare un po’ di onestà: la coppia Moreno ed Enza Vecchiarutti, gestori di una catena di negozi di telefonia in vacanza a Taormina, è lo specchio più fedele dell’Italia odierna, un ritratto che fa sorridere (poco) e lascia affranti (molto). Tempi nostri, tempi mostri: questi non sono solo personaggi, sono le persone che incontriamo per strada, creati direttamente dalla mano mediatica di un paese inebetito dai reality show e dal falso mito che “tutti possono comprare tutto”. Sarà per questo pessimismo malcelato che si ride davvero poco: anche a Verdone il castigare ridendo mores riesce ormai sempre meno.

È forse più ancorato al passato e poco legato alla realtà il personaggio del boyscout perseguitato dalla sorte: se il Mimmo di Bianco Rosso e Verdone era un ‘tipo’ preso direttamente da un interno italiano degli anni Ottanta, il candido Leo non trova molti echi nella realtà che ci circonda ed è legato a un concetto di ingenuità in via di estinzione, sostituito piuttosto da quello, assai meno poetico, di sfiga. Quasi surreale è poi il professor Callisto, rigido e finto moralista, dai caratteri forse portati troppo all’eccesso, ma che dà vita a un breve e significativo scambio di opinioni con un ‘onorevole’ tutto italiano.
Chissà se i milioni di spettatori che hanno visto il film sono abbastanza intelligenti per accorgersi che lì, sul grande schermo, si parla anche di loro e che, però, non si ride più come una volta.

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