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Storia senza retorica

Storia senza retorica

Con l’ultimo film di Stefano Incerti la storia del cinema italiano di denuncia si arricchisce di un nuovo e valido capitolo, tratto dall’opera letteraria omonima di Salvatore Parlagreco. La vera storia di Leonardo Vitale, il primo che ha sentito sussurrarsi all’orecchio la parola “infame” dai compagni di cella, è narrata senza clamore e senza enfasi romanzesca. Lo stile del regista napoletano, fin troppo sommesso nel precedente La vita come viene (2003), permette una narrazione del vero asciutta e lineare, mantenendo al contempo un ritmo carico di tensione. Il macabro campionario dei rituali mafiosi è al completo, dalle esecuzioni a tradimento ai cadaveri disciolti nell’acido. Quando si sceglie di raccontare quel male, già spettacolo di crudeltà altamente funzionante in quanto materia cinematografica, si può optare per una struttura da fiction alla Marco Tullio Giordana, oppure si può guardare agli episodi più autentici del cinema di denuncia italiano, da Damiano Damiani e Francesco Rosi a Elio Petri.

Incerti si muove a metà tra le due opzioni, affiancato da un ottimo cast che in nessun caso eccede nella recitazione, anche in quelle che potevano facilmente scivolare nelle classiche “scene madri”. Il naturalismo di David Coco (che aveva già avuto a che fare con cosa nostra in Segreti di stato – Paolo Benvenuti, 2003), protagonista di una graduale discesa nel baratro della follia autolesionista, non confonde la finzione filmica con la realtà narrata, conferendo a L’uomo di vetro lo spessore che merita e che di sicuro non ha ottenuto nella distribuzione; persino i veterani Tony Sperandeo e Anna Bonaiuto si contengono senza strafare. Leonardo Vitale “ha parlato” ed è consapevole delle inevitabili conseguenze, si è reso metafora vivente di trasparenza quanto di estrema fragilità. Per sopravvivere alla consapevolezza dell’imminente fine, dapprima inscena, poi entra realmente in uno stato mentale alterato, che lo induce a espiare le proprie colpe sfiorando il suicidio. Ma il suo dramma originario oltre al pentimento è anche la solitudine: non è circondato dall’appoggio delle istituzioni, che in molte occasioni sembrano suggerirgli la strada del disturbo mentale per non indurlo alla morte certa, oppure per non essere costretti ad approfondire indagini scomode.

E così resta il film, in bilico tra la narrazione di uno stato psichico inarrestabile e spontaneo oppure subdolamente indotto. Il che non può che incrementare il senso di inadeguatezza nello spettatore di fronte al male solido e radicato, ulteriormente afflitto di fronte all’ultimo fotogramma: una foto del vero Vitale, sorridente, mentre è attorniato da poliziotti, risalente alla sua scarcerazione dal manicomio criminale nel 1984.

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