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La commedia del cinema italiano

La commedia del cinema italiano

Solo poche note e troppo leggere di Raffaele Elia *****

Presentato fuori concorso al primo Festival del Cinema di Roma lo scorso ottobre, Liscio è un piccolo film con un piccolo protagonista la cui voce (fuori campo) accompagna lo spettatore lungo l’intera storia.

Il ritmo è scandito dalla vivace colonna sonora curata dai musicisti Riccardo Tesi e Gianni Coscia, che interpreta anche il nonno di Raul. La sceneggiatura è incentrata sulla recitazione della brava e volenterosa Morante che si mette in gioco arrabbiandosi, piangendo, cantando e ancheggiando su improbabili palchi, stretta in abiti fanè dai colori accesi, perfettamente intonati alla scenografia dei locali al limite del kitsch.

Tutti i personaggi sono accomunati dalla musica, persino gli assenti, come il padre di Raul che insegna il tango in Argentina. Né la musica né la prova della Morante riescono, però, a coprire tutte le lacune di una sceneggiatura troppo “leggera” per lasciare il segno.

In questo mondo vissuto attraverso i pensieri di un ragazzino, alcune divertenti battute nei dialoghi adolescenziali tra Raul e i suoi amici non sono sufficienti a colmare l’evanescenza del tono complessivo, mentre l’anonima regia non si concede alcun guizzo. La guerra di Raul resta edulcorata, assumendo la forma di una favola musicale dalla morale convenzionale. Il liscio è una musica semplice costruita su poche note, in questo caso troppo leggere; a volte i piccoli film diventano qualcosa di importante a volte rimangono solo dei piccoli film.

Una balera per dimenticare di Giuseppe Carrieri ********

Il miglior pregio di Liscio è proprio la leggerezza. Ma prima di porgere la mia lode a questo piccolo grande film, preferisco fare una puntualizzazione di più larghe vedute. La commedia italiana degli ultimi anni, esclusi gli episodi più rassicuranti (ma sempre più rari), risente endemicamente di un involgarimento dei toni e di una drammatica televisionizzazione che non può non far rabbrividire. Presentatori travestiti da attori (citerei solo i casi più drammatici del nostro recente passato, ovvero il signor Paolo Bonolis, che scimmiotta Sordi, e la reiterata quanto disperata ostinazione di far recitare il signor Fabio Volo, ovvero l’idiota peggiore che potesse capitare tra le onde mosse del cinema italiano); per non parlare di soubrette travestite da attrici (qui vi prego di farmi risparmiare l’elenco, perché sarebbe, ahinoi, davvero troppo lungo..) e soprattutto televisione travestita da cinema, ovvero un imbarbarimento di idiosincrasie che sfocia nella perturbante quanto deprimente trasformazione del grande schermo in piccolo schermo, con la sola discriminante delle dimensioni più allargate e dei pixel più distorti.

Detto ciò, sarà che Liscio non è un capolavoro e che ha sicuramente qualche difetto dal punto di vista della sceneggiatura, ma almeno si propone, con un’ingenuità rara e benedetta come un modello divertente di cinema vecchio stampo, una commedia alla Blasetti, alla Comencini, dove ridere è un’operazione non innescata da un peto o da una parolaccia detta in romanesco, ma provocata da un’empatia più dolce e per questo più cinematografica.
Il punto di vista del piccolo è una scelta scaltra e ben utilizzata, dal momento che non viene sacrificata in nome di un puerile sciacallaggio del corpo bambino (per provare a capire ciò che intendo, provate solo a vedere tutti gli spot dove i piccoli sono tirannicamente costretti a recitare..) ma, più intelligentemente, viene convogliato per provare a dire qualcosa che il mondo adulto, perso nei ritmi stonati e lamentosi della propria vita (o da balera, tanto è la stessa cosa..), non sa neanche accennare.

E’ vero che la metafora della scuola è forse fin troppo abusata, è vero che l’intreccio sentimentale mamma alunno – maestro alunno è uno schema usurato, però Liscio, nonostante questo, vibra, leggiadro, sino all’ultimo minuto, con la sua conclusione onesta alla Jean Vigo, con un messaggio importante e che comunque arriva perfettamente al cuore dello spettatore.
Elogio della leggerezza, dunque, come professava il rimpianto Calvino, perché una volta tanto, non bisogna fare chissà che poema visivo o che architettura filmica per dire e far capire che il grande mistero dell’amore, in fondo, è pur sempre un gioco da ragazzi(ni)

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