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La gelidissima veste noir di Ramis

La gelidissima veste noir di Ramis

Dopo l’ultimo Un boss sotto stress (Analyze That, 2002), ecco nelle sale italiane The ice harvest, ritorno alla regia di Harold Ramis, in realtà realizzato ed uscito negli Usa nel 2005. Rispetto alla filmografia del regista, il film si distingue come un’incursione in un genere diverso dalla commedia, con un risultato apprezzabile soprattutto dal punto di vista della fotografia.

Un avvocato dalle sospette frequentazioni. Un socio dall’apparenza ancora meno rassicurante. Intorno, soltanto il “gelidissimo gelo, l’angustissima umanità” della squallida provincia del Kansas. Come evadere da tutto questo? Nel più classico dei modi: rubando. Abbandonata la commedia, di cui è assolutamente una delle firme più gradevoli, Harold Ramis si cimenta in un insolito neonoir, sebbene The ice harvest (“il raccolto di ghiaccio”, improponibile in italiano) sia stato liquidato come una commedia dai risvolti dark. All’appello invece sembrano esser presenti tutti gli elementi della noirceur: il piccolo gangster, il poliziotto alle calcagna, il killer efferato, la femme fatale. In aggiunta addirittura il volto-icona del genere, quel Billy Bob Thornton che ha incarnato l’assoluta mancanza di speranza nel “classico” L’uomo che non c’era (The Man Who Wasn’t There, Joel Coen, 2001) sino alla dark comedy più esilarante degli ultimi anni, Babbo bastardo (Bad Santa, Terry Zwigoff, 2003). Ringiovanito grazie a una tintura e a qualche chilo in più, qui interpreta un ruolo privo di sfumature, il cattivo e basta. La “perdita dell’innocenza” tipica del noir ricade invece su John Cusack, che in breve tempo conquista uno stato di perfetta amoralità vincente perfino sull’assoluta malvagità. Più di una venatura grottesca si inserisce nel tessuto degli eventi risollevandoli da una linearità forse eccessiva e da qualche lungaggine, raggiungendo picchi di comicità (il dialogo con il malavitoso inscatolato nel baule ricorda più Tarantino che i Coen). Ma è comunque un’ironia che risulta dalla desolazione: tutti i personaggi giungono a parossismi di indifferenza reciproca che impedisce al film di esser considerato semplicemente come una commediola amara. Nessuna speranza, nessuna alternativa: «As Wichita falls», scrive Cusack un po’ ovunque rivelando la sua indole maniaca, quando Wichita sta per crollare, evita di crollare insieme a lei. E basta.

I for Ice. Senza dubbio, l’aspetto più interessante del film risiede nella sua fotografia. Più che di inquadrature, siamo di fronte a delle tavole: situazioni ai limiti del grottesco sono raccontate in eleganti contrasti cromatici che prediligono il bianco e il blu, con un gusto pittorico che recupera la passione per il cinema degli anni quaranta ma che è anche accostabile al fumetto. Viene da pensare che Ramis abbia rivisitato un genere lasciandosi pervadere dalla scuola di Frank Miller, Alan Moore e compagni, che con Sin city (id., Robert Rodriguez, 2005) e V per Vendetta (V for Vendetta, James McTeigue, 2005) hanno segnato tappe nuove e fondamentali nei rapporti tra cinema e fumetto.

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