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cultura dell'immagine e della parola

Condividere il dolore

Condividere il dolore

La sequenza più emozionante di Saturno contro, quella in cui il gruppo di amici è raccolto nel dolore della tragedia, rappresenta il valore aggiunto di un film che vuole raccontare dell’amicizia. La sequenza, oltre a raccontare con estremo pudore e attenzione un momento fondamentale dell’intreccio, descrive un’emozione difficile da realizzare attraverso le immagini. Viene subito in mente Nanni Moretti con la sua stanza, il suo pianto e il trapano sulla bara del figlio che irrompe nel dramma familiare (La stanza del figlio, 2001). Qui, invece, si vive l’attimo precedente. Quello in cui il corpo è ancora visitabile/guardabile.

Ozpetek offre allo spettatore la possibilità di entrare nel camera del dolore, di condividere gli sguardi e i pianti, senza però mostrare il dolore effettivo. Il corpo è nascosto dalle lenzuola, solo per poco si intravede il volto scoperto. La musica (brano interpretato da Carmen Consoli, non accredidata) accompagna il momento, ma qualcuno è rimasto fuori, nel silenzio. Questo è un passaggio fondamentale per il film: si esce dal dolore condiviso/comunitario e si entra nella riflessione personale. Poi, ancora, lo sguardo si avvicina al dolore ma questa volta proietta davanti a sè l’immagine del corpo vivo. Ed ecco che la musica comincia a suonare anche per chi era “fuori dal giro”, chi non faceva parte della condivisione. Una sequenza che racconta il dolore corale e pure quello intimo, dando senso al film e sottolineando il concetto su cui ruota l’intera vicenda: la relazione è condivisione. Non solo accoglienza dell’altro.

Oltre a questo e ad alcuni altri frammenti in cui Ozpetek mescola abilmente movimenti di macchina, e sfumature musicali, Saturno contro è imbrigliato dentro una vicenda poco originale, con personaggi già visti e sentiti, imbrigliati a loro volta in ruoli vecchi. La buona gestione degli attori e le soluzioni di regia di Ozpetek mettono in evidenza, inoltre, la fragilità delle storie del cinema italiano, in un panorama che si conferma arido di idee, o forse, incapace di scommettere sulle novità.
Resta poco altro. Soprattutto la mancanza di coraggio nel persistere sulla strada asciutta e fresca percorsa fino alla tragedia condivisa. Si sovrappongono nel finale amarezze verbose e ridondanti, stereotipi riappacificatori che per un attimo fanno dimenticare l’unicità e l’essenzialità del momento tragico, con tanta gentilezza costruito.

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