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Intervista a Paul Verhoeven (terza parte)

In Black book c’è persino più azione sia nei vostri film precedenti che in quelli scritti da Soeteman per altri. E’ stata forse la sua influenza?

Penso che sia il risultato della nostra collaborazione. Se Gerard lavora da solo o con altri, c’è una dinamica diversa. Le cose hanno sempre funzionato tra Gerard e me. Nonostante abbiamo personalità molto diverse, abbiamo un background simile. Gerard ha solo due anni più di me. Eravamo tutti e due bambini quando c’era la guerra, abbiamo frequentato il liceo classico, l’università di Leida, entrambi abbiamo fatto il servizio militare. Poi ci siamo ritrovati quando facevamo la serie televisiva Floris. Con un background comune è più facile collaborare di quando si viene da due mondi diversi. Le nostre divergenze si completano nel lavoro. La collaborazione con Gerard è la più creativa della vita mia. Con Edwin Neumeier in America ho collaborato benissimo su RoboCop e Starship Troopers, ma con Gerard è un’esperienza unica, perché si crea un particolare equilibrio. Parlare la stessa lingua svolge evidentemente un ruolo importante. Qui posso scrivere un dialogo e capire se suona bene, mentre in America ho bisogno della supervisione del mio co-produttore Stacy Lumbrezer, perché il mio inglese ha sempre un che di goffo. Forse è per questo che negli Stati Uniti ho fatto molti film di genere. Il mio nome non appare su nessuna sceneggiatura. Posso reagire alla cultura americana, posso contribuire, criticare, ironizzare, come è accaduto, ma non posso calarmici del tutto. Perciò ho uno sceneggiatore che provvede al grosso, dopodiché posso giocare ad aggiungere piccoli dettagli. In Olanda mi è tutto più familiare, mentre continuo ad avere grosse difficoltà a capire gli Americani, soprattutto dopo gli ultimi sviluppi politici. Non mi riferisco tanto alla gente a Hollywood, quanto al resto del paese, soprattutto il centro-ovest. Quando sarò vecchio tornerò nei Paesi Bassi. Non ho un’affinità con gli Stati Uniti tale da volerci invecchiare.

Oltre alle ricerche utili alla sceneggiatura, c’erano altri motivi che le hanno fatto scegliere di tornare a lavorare in Olanda?

La cosa più bella è stata poter lavorare con i più grandi artisti del paese. Con Carice van Houten, Thom Hoffman, Halina Reijn, Peter Blok. Anche gli attori tedeschi sono tra i più prestigiosi: Sebastian Koch, Christian Berkel, Waldemar Kobus. Negli Stati Uniti avrei a mala pena avuto accesso a quella categoria. Mi sarebbe piaciuto fare un film con Nicole Kidman o Tom Cruise, per esempio, ma lì è tutto molto complicato. Solo se c’è un progetto speciale, centrato su un certo attore, hai una chance. Per questo motivo, nei miei film americani non ho mai potuto avere cast con nomi stellari.

Come ha scelto i protagonisti del suo film?

Carice e Halina sono entrambe delle grandi artiste, molto dedite al loro mestiere. Sono molto dotate e hanno un grande intuito, cosa fondamentale affinché l’interpretazione di un personaggio di cinquant’anni fa risulti credibile. In più sono attraenti, carismatiche e dalla forte personalità. Poiché Carice è più introversa, il ruolo di Rachel era più adatto a lei. Inoltre canta molto bene. La personalità estroversa di Halina era invece più adatta a Ronnie. Anche la combinazione di Carice e Halina è ideale. Abbiamo fatto provini ad almeno trenta attrici per questi ruoli, ma loro due si sono subito distinte. Qualche anno prima avevo anche consegnato a Carice un importante premio. Dopo un quarto d’ora avevo in pratica già deciso.

E la scelta di Thom Hoffman?

Conoscevo Thom dai tempi de Il quarto uomo, ma quando mi è stato proposto l’ho scelto soprattutto per la chimica che c’è tra Thom e Carice, oltre che per il suo fascino tenebroso, molto adatto al personaggio. C’erano diversi ottimi candidati, ma la tensione erotica tra Thom e Carice è stata immediata.

Ci sono stati anche degli svantaggi a girare in Olanda?

Non proprio svantaggi, ma Black book è una produzione piuttosto grande e molto complessa rispetto agli standard olandesi. La mancanza di esperienza in questo senso è stata faticosa.

Non è mai stato tentato di ricorrere a professionalità americane?

No, ho ritenuto più importante dare agli olandesi la possibilità di fare esperienza. Il film ha acquisito così anche un valore sociale. Per il suo film girato in Cina, Joris Ivens scelse di ricorrere a una troupe locale, per lasciare qualcosa. L’ho trovato un bel gesto e me ne sono ricordato. Una volta avuta la possibilità, ho voluto imitarlo. Nel 1995 nei Paesi Bassi hanno emesso due francobolli speciali per l’anno del Cinema: su uno c’era un’immagine tratta da Fiore di Carne, sull’altro Joris Ivens. E ora seguo la filosofia di Ivens. Gerard ed io abbiamo avuto regolarmente delle discussioni accese su Ivens. Gerard lo odia per le sue convinzioni comuniste e immagini falsificate. Ma io sono un grande fan. Ivens ha fatto dei film bellissimi.

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