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cultura dell'immagine e della parola

Intervista a Davide Ferrario (seconda parte)

Dopo questo film, qual è la sua idea di Europa?

Molto contraddittoria. Dove il capitalismo (e a volte la democrazia) sta mettendo radici, tutto ciò che ha a che fare col passato viene spazzato via. La globalizzazione rende tutto identico, ovunque. Le persone possono essere più libere, ma perdono la loro identità. Possono essere libere di spostarsi, ma dove vanno se non appartengono più a nessun posto? In Europa, dove ogni paese, persona, città ha una storia individuale molto precisa, questo fatto è drammatico. È stato particolarmente interessante osservare le reazioni dei nostri interpreti e delle nostre guide. Ci volevano mostrare cosa c’era di nuovo; e rimanevano sconcertati quando si rendevano conto che noi eravamo interessati all’esatto contrario. Andavamo in cerca di quelle radici che si stanno velocemente dimenticando. È questa dialettica che darà forma alla nuova Europa.

Il suo film si avvale di un impegno produttivo maggiore di quanto accada, di solito, per un documentario, specialmente in Italia.

Mi sono detto – in quanto regista/produttore – che avevamo in mano un grande progetto e che di conseguenza era necessario pensare in grande. Non solo per la presenza di Levi, ma anche perché le locations erano veramente meravigliose. Allo stesso tempo non avevamo abbastanza denaro per girare tutto in pellicola. Così abbiamo combinato alle riprese in pellicola quelle in digitale, cercando di tradurre ciò in forma artistica. C’è un livello di immagini più “meditate”, generalmente quelle in pellicola; e poi molte cose catturate nel momento in cui accadevano, generalmente su nastro. Alla fine, il formato anamorfico dà a tutto uniformità. Il rapporto con i due direttori di fotografia, Gherardo Gossi (che si è anche occupato delle elaborazioni digitali) e Massimiliano Trevis è stato fondamentale.
Spero davvero che questo film possa segnare la rinascita della produzione documentaristica italiana. Abbiamo una grande tradizione che negli ultimi anni è stata tristemente e colpevolmente trascurata da chi ha retto le sorti del cinema italiano. Eppure in Italia ci sono dei documentaristi molto bravi. Bisognerebbe dar loro la possibilità di esprimersi e, soprattutto, di essere visti dal pubblico.

Anche la musica svolge un ruolo importante…

Sì, come sempre nei miei film. Ho utilizzato due tipi di musica: una colonna sonora originale di Daniele Sepe, che era stato il co-autore anche di quella di Dopo mezzanotte, e musica locale. Daniele ha lavorato principalmente su due temi, uno per pianoforte e un altro che deriva da una vecchia canzone anarchica. Per quanto riguarda la musica locale avevo abbastanza orrore dell’idea di usare musica folk o “etnica” per illustrare un certo territorio. Così ho cercato qualcosa che fosse un po’ un cortocircuito musicale. Per esempio, a Leopoli ho scoperto i fratelli Karamazov, un gruppo che fa del blues-rock eccellente cantato in russo. Oppure ancora Felix Lajko, un violinista ungherese che fa della fusion virtuosistica. Ma non l’ho usato per l’Ungheria, bensì per l’entrata in Ucraina. Insomma, la musica ha un senso preciso rispetto al viaggio, ma cerca di non essere mai didascalica.

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Si considera più un regista di film di finzione o di documentari?

Di entrambi. Ma devo confessare di preferire i documentari. A mio parere, riflettono la vera natura del cinema: ai tempi dei Lumière, tutto è cominciato con alcune riprese di operai e di un treno in arrivo. Era documentario, ma anche fiction – era percepito dal pubblico in quel modo, ad esempio, come una storia. Questa è esattamente la dimensione che mi piace: creare una sorta di finzione partendo da un materiale documentario – e usare una tecnica documentaristica quando giro un film di finzione. Film e documentario non sono così separati. Il documentario è più onesto, tutto qui.

Vai alla prima parte dell’intervista

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