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Commedia all’italiana versione 2000

Commedia all’italiana versione 2000

Da vedere tutta d’un fiato, questa Commediasexi di Alessandro D’Alatri è un film che già nel titolo tradisce un simpatico gioco di rimbalzi tra l’ironico e l’autoironico, che divertirà sino all’ultimo istante della proiezione. Prima di tutto, per il tramite di una sceneggiatura impeccabile e poi per l’apporto di alcuni straordinari attori davvero al meglio delle loro performance.
Attori veri, del calibro di Sergio Rubini, Margherita Buy, Michele Placido, Stefania Rocca, Rocco Papaleo e Massimo Wertmuller. Che nei rispettivi ruoli hanno dimostrato una classe nettamente superiore rispetto a quella dei loro omologhi “televisivi”, rappresentati da Paolo Bonolis ed Elena Santarelli.

E qui arrivano le dolenti note del film. Perché Bonolis, nei panni dell’on. Bonfili, per sua stessa ammissione, rammentando le irresistibili interpretazioni di Alberto Sordi, ha finito per farne una copia sbiadita e incolore, risultando solo un deprimente clone macchiettistico del grande attore romano. Un errore madornale a cui il regista non ha saputo né voluto porre rimedio, abbassando notevolmente la qualità di un film altrimenti di ottimo livello. Diversa storia per l’interpretazione di Elena Santarelli, ma con esiti ugualmente negativi. Perché la bella stellina pescata dalla tv, non avendo idea di cosa significhi recitare, ha interpretato il suo ruolo, la starlette Martina Brandi, viziata e arrivista, con l’impegno paragonabile a quello rivolto a una recita scolastica. Nulla di più.
Ed è un vero peccato, poiché, al contrario, Sergio Rubini conferiva al suo personaggio, Mariano Di Virgilio, autista dell’onorevole Bonfili, uno status di maschera tragicomica, ispirata, per stessa ammissione dell’attore, al grandissimo Peppino De Filippo. Ma non replicando affatto l’errore di Bonolis sul piano dell’imitazione, bensì traendo l’humus dal finissimo interprete partenopeo, al fine di reinventarne lo stile per vestirlo sulla propria sensibilità d’attore. Un traduzione affascinante, degna di un palcoscenico teatrale, che non a caso è parte integrante del bagaglio professionale del bravissimo Sergio Rubini.
Ma di pari bravura è Michele Placido. Che in questo film propone uno strepitoso chef allupato, tale Salvatore Lisassi, che tenterà di ghermire le grazie di Stefania Rocca; anch’ella molto convincente nella parte della raffinata Pia Roncaldi, moglie dell’onorevole già citato. Per non parlare di Margherita Buy, sempre perfetta e estremamente realistica nel pennellare le sue tipiche donne dimesse, come Dora Di Virgilio, moglie depressa di Mariano. E ancora Massimo Wertmuller, alias on. Nappi, addirittura stratosferico nel caratterizzare la trivialità dell’uomo politico. Per finire con Rocco Papaleo e la sua spassosissima interpretazione di Tony Muciaccia, agente un po’ cialtrone della stellina televisiva di cui sopra. Interpretazioni di altissimo livello qualitativo, insomma, che da agenti “comprimari” del film hanno finito per surclassare e rubare più volte la scena ai suddetti “televisivi” di primo piano.

Una dicotomia attoriale che però non ha intaccato profondamente la resa della pellicola. Perché il film regge assai bene sino alla scena finale. Grazie, all’ottima sceneggiatura, scritta da Alessandro D’Alatri e Gennaro Nunziante, concepita con l’esplicito intento di rinverdire i fasti della commedia all’italiana. Quella, per intenderci, dei vari Comencini, Germi, Monicelli, Lattuada e ancora di Steno, Dino Risi, Ettore Scola e Lina Wertmuller. Maestri dai quali D’Alatri non intende attingere pedissequamente, ma da cui trae linfa per dar vita a una nuova pianta che possa attecchire e crescere anche su terreni aridi e incolti come i nostri. Impresa difficile, ma non impossibile. Poiché l’odierno malcostume di alcuni uomini politici, l’invadente tv spazzatura e il business di alcuni agenti di spettacolo senza scrupoli, ora come allora, può ridare impulso all’itinerario di un imbarazzante carrozzone di professionisti dell’inganno, assieme al relativo e sferzante dileggio degli stessi. Perché è sempre meglio ridere che piangersi addosso, no?

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