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Guardando Altrove

E allora parliamo di Altrove. Liberi di sperare (Italia1, terza serata, da lunedì a venerdì), che mi faceva tanta paura e invece potrebbe anche essere un programma interessante, se non fosse vittima di un cortocircuito linguistico involontariamente originato dal suo stesso ideatore.
Per fare critica ci vuole prima di tutto obiettività. Quindi, molto obiettivamente, premetto di essere assolutamente prevenuto nei confronti di Maurizio Costanzo. Non metto in dubbio le capacità, la professionalità e l’intelligenza televisiva del conduttore coi baffi, ci mancherebbe altro: trent’anni di successi non si costruiscono senza un certo talento. Quello che fortissimamente contesto è il cattivo gusto del Costanzo, la sua sfrenata tendenza al trash e le sue oggettive responsabilità nello scadimento dell’offerta televisiva italiana. Per farla breve: da un pezzo di legno ha ricavato la De Filippi e le ha dato la facoltà di generare tronisti, di strappar lacrime e di infliggerci le Velone ogni sabato sera. Ha preso Buona Domenica quando era un grazioso giochino per famiglie condotto dalla candida Cuccarini e dal brillante Columbro e nel giro di qualche anno l’ha trasformato in un gruppo di autocoscienza per mostri ringhianti ed ex-coinquilini del GF le cui più recenti evoluzioni si sono dimostrate in grado di far inorridire perfino Claudio Lippi. Nel frattempo, non contento del male che aveva sparso nell’etere, ha sdoganato lo psicologo Morelli facendone un intellettuale da salotto. Capite che quando ho letto il titolo della trasmissione, concepito con una retorica degna del Muro di domenicale memoria, e soprattutto quando ho appreso che si sarebbe occupato di carcerati, un lunghissimo brivido mi ha percorso la schiena. «Costanzo che dopo aver lasciato Buona Domenica in mano a Bettarini cerca di rifarsi una verginità in terza serata – ho pensato -, può giusto avere la credibilità di un Bush che va in Vietnam a magnificare la democrazia esportata in Iraq». Ahahahahahah.
Detto, fatto.

Fosche previsioni e preconcetti a parte, Altrove sarebbe un buon programma, se si ragionasse esclusivamente sul piano teorico. La formula è semplice, che più semplice non si può: sigla, breve introduzione a cura di Costanzo, montaggio di scene riprese nel carcere di Velletri, chiosa a cura di Luigi Cancrini, psicologo e psicoterapeuta. Praticamente un ibrido tra l’inchiesta giornalistica e il reality show, che punta tutto sulla sincerità del girato e sulla quasi totale assenza di mediazione tra l’esperienza dei carcerati e la visione dello spettatore.
Sulla carta il format funzionerebbe. Ma una volta realizzato e trasmesso, qualcosa non quadra.
Innanzitutto, a mio parere, s’è un po’ sbagliato il momento della messa in onda. Questo programma sarebbe stato molto più efficace prima dell’indulto, a carceri piene e con un fine di denuncia. Adesso come adesso, quello che più interessa all’opinione pubblica (a torto o a ragione) è la vita degli ex-detenuti, quelli che sono fuori e non è ben chiaro se siano stati effettivamente recuperati e reinseriti nel tessuto sociale.
In secondo luogo, e questo è forse l’elemento più interessante, Altrove è la dimostrazione che il reality show è ormai un genere troppo compromesso per poter essere usato a cuor leggero.
In particolare, tutto si può fare grazie al reality, tranne che mostrare la realtà. Anni di grandi fratelli, fattorie, talpe e isole hanno creato in noi spettatori una sorta di condizionamento: appena vediamo una telecamera che riprende dall’alto persone sedute che parlano con i sottotitoli, il nostro cervello inizia ad applicare in automatico il filtro anti-farsa, convincendosi che chiaramente è tutto costruito.
E Costanzo lo dovrebbe ben sapere, visto che la casa di Cinecittà ha contribuito anche lui a tirarla su. D’altra parte, l’inadeguatezza dello “strumento reality” si palesa anche nel comportamento [img4]dei soggetti ripresi, i quali, consci del pubblico che li scruta, sembrano spesso assumere pose troppo artefatte per risultare credibili. Si sviluppa così un fantastico paradosso: è infatti impossibile stabilire quanto sia “vero” ciò che stiamo guardando, e in particolare risulta impossibile stabilire quanto la distorsione della realtà filmata sia causata dal nostro occhio e quanto dall’occhio della telecamera.
Come se non bastasse, a dare la mazzata finale alla credibilità del programma ci hanno pensato i curatori del palinsesto, che il martedì hanno piazzato Altrove in coda a Mai dire reality, ingenerando un “effetto blob” a dir poco grottesco.
Strano che Costanzo, dall’alto della sua esperienza, non se ne sia accorto.

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