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Il topo e la cupola d’oro

Il topo e la cupola d’oro

«Io non voglio essere un prodotto del mio ambiente. Voglio che l’ambiente sia un mio prodotto». Queste sono le prime parole che l’ultimo Scorsese ci inocula nella mente e negli occhi, introducendo il germe generatore dell’intera pellicola: la lotta, ma forse sarebbe meglio chiamarla dialettica, tra bene e male. Quella che serpeggia nella società (nello specifico americana e contemporanea), quella che lentamente consuma l’animo di ogni individuo. L’eterna complementarità di due energie opposte che si compenetrano a più livelli. Fisico in primo luogo, poi spirituale, morale, sentimentale. Come yin e yang, come una punta di nero nel bianco assoluto, come uno schizzo di bianco sul lato oscuro del mondo, l’infiltrato di origini irlandesi Billy Costigan / Di Caprio lascia corrompere i suoi giorni dalle affascinanti ambiguità del crimine organizzato; mentre il poliziotto modello Sullivan / Matt Damon seppellisce di stucchevoli buone azioni l’esemplare superficie della propria esistenza. Sotto, dietro le divise e in fondo ai vicoli di South Boston, riposa una lenta incapacità di restare intatti, impermeabili all’opposto che alberga nelle nostre esistenze, un dubbio sottile sul senso dell’identità, cedimenti involontari di entrambe le parti, magistralmente compresenti e armonizzate nel personaggio cupo del boss Frank Costello, dotato del ghigno beffardo di un Jack Nicholson ragionevolmente sopra le righe. La macchina da presa prova a incollarsi, poi ad allontanarsi, poi ad andar via e a tornare sui propri passi: si infiltra nel gioco umano del gatto e topo, rivela che la realtà è cangiante e i sentimenti quasi sempre compromessi dalle verità di qualcuno.

Involontariamente ci si schiera: Di Caprio è strepitoso e sofferente, esasperato e rabbioso, perseguitato dalle Erinni di una famiglia che sembra portare addosso come un ornamento esteriore, coraggioso come sa essere solo chi è fragile; Matt Damon è ambiguo e perfetto nella parte dell’americano medio di cui ha tutta la dotazione: lavoro al servizio della comunità (!), grande casa con vista (sulla propria coscienza?), fidanzata bella e sensibile (al fascino dell’Altro); appunta la medaglia d’onore sul petto di qualcuno che lui stesso ha ucciso, dopo aver fatto piazza pulita di un passato scomodo, alla faccia dell’idea / valore di “famiglia”. Salvo venir poi travolto senza pietà da una nèmesi che non conosce bandiera.

Ma schierarsi vale quel che vale, in ogni caso tutto ha un prezzo tarato sul peso dell’individuo: «No money, no underwear» rimarca Costello. E resta, in un panorama simile, la commozione delle ultime uniche possibili parole di un Di Caprio ferito e furioso, che a un’uccisione immediata e vendicatrice oppone il suo personale «Io ti arresto», inutile appello a un senso / sensazione di giustizia che non esiste più. Ispirato fedelmente a un successo di Hong Kong che ha già generato altri due episodi e un paio di spin off (Infernal Affairs di Andrew Lau ed Alan Mak), meravigliosamente sceneggiato da Monahan, l’ultimo capolavoro di Scorsese si chiude su un’immagine metaforica che la dice lunga sui rapporti tra bene e male.

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