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cultura dell'immagine e della parola

Diario dal Milano Film
Festival: Martedì 19

Una scena di <i>Quartiere Isola</i>” /><strong>Diario dal Milano Film Festival</strong> di Silvia Pozzi e Alice Dutto </p>
<p>Selezionare i corti per un festival non è facile: come dicono gli stessi giudici, è un’impresa ardua che fa perdere chili ed ore di sonno. Il risultato, poi, non è mai scontato e le reazioni del pubblico sono sempre un’incognita.</p>
<p>Noi siamo ancora lì curiosi e vivaci pronti per i corti del gruppo A alle 20.30.<br />
Come ieri, il mix di film è equilibrato e piacevole, quelli più duri ed angoscianti vengono abilmente alternati con quelli che riescono a far ridere l’intera platea, perché, diciamolo, il pubblico presente è giovane, ben disposto a guardare “opere impegnate”, ma allo stesso tempo pronto a sdrammatizzare il tutto con quattro risate.<br />
Così, superato <em>Todo un gallo (Such a cock)</em> e l’angosciante animazione <em>Bows and Arrows</em>, è bello rilassarsi con <em>Quartiere Isola</em>, di produzione nostrana, ambientato in un quartiere milanese e arricchito dalla presenza di alcuni visi noti della televisione italiana. Di interesse è stato l’incontro con il regista e con i due piccoli attori, che hanno svelato alcuni divertenti retroscena della realizzazione del corto. Non è stato invece illuminante il commento di Galina MyzniKova, regista del corto <em>Sloskaya Gora (The slippery Mountain)</em>, che si è limitata a esporre la semplice parafrasi del film (di suo già abbastanza ovvio) senza regalare al pubblico nessuna interpretazione più profonda.<br />
Di grande rilievo e molto applaudito è stato <em>Avatar</em>, racconto della sofferenza dell’uomo privato del controllo sul proprio corpo, dell’inevitabile dipendenza dagli altri e dell’ineluttabile distruzione del tutto.<br />
E per finire un corto capace di sciogliere tutta l’angoscia appena accumulata con una risata: <em>Patriotic</em>.<br />
Sfondo rosa confetto e voci bianche per i due aitanti marines che, sulle note di Celine Dion, intonano con passione alcune parti del Patriot Act, documento anti-terrorismo approvato in America dopo la caduta delle twin towers.<br />
Gli applausi sono doverosi. Come pure il buon bicchiere di vino che ci attende all’uscita.</p>
<p><strong>Approfondimento Gruppo A: Bows and Arrows e Avatar </strong> di Alberto Soragni</p>
<p>La quinta giornata del Festival ha riservato due particolari sorprese, uscite dal cilindro del Gruppo A: <em>Bows and Arrows</em> dell’inglese Stephen Irwin e <em>Avatar</em> dello spagnolo Luis Quilez.<br />
Distinguere delle similitudini tra i due cortometraggi sembra assai complicato. È anche vero che in entrambi casi è dominante una parte distruttiva,  più legata alla Morte rispetto all’immagine di Vita: ricamato a uncinetto di spade, <em>Avatar</em> e <em>Bows and Arrows</em> fanno loro pienamente il binomio di Eros e Thanatos.<br />
Il cortometraggio spagnolo, che brilla di una sceneggiatura equilibrata e brillante e di una regia ad hoc, è il racconto morboso fra due coniugi, uno dei quali, con un forte handicap, è costretto alle cure vitali dalla moglie.<br />
La prova a cui i protagonisti devono farsi carico è qualcosa che va oltre la semplice storia fatta di esigenze di vita, di punture e letti da sistemare – è <em>Avatar</em>: incoerenza di accadimenti favorevoli e avversi – è scelta di vita, è un burrone fra “opzioni” esistenziali (uccidere? uccidersi?) e richieste d’amore (ti amo? ti odio?).<br />
<em>Bow and Arrows</em> dà vita ad un percorso che, data l’animazione e il tipo di scelte di sceneggiatura, assume sembianze più simboliche: il Guardiano, un anziano fermo a letto, assiste inerme alla guerra che un robot malefico compie nella sua città; l’anziano, insieme con il suo amico della luccicanza (un giocattolo scarafaggio), ripercorrerà dentro a piccole televisioni davanti al suo letto, un percorso esistenzialista teso verso la Morte. I colori puri, virati in grigio, fanno da simbolo di quest’uomo, alla ricerca di un filo conduttore della propria vita, fata di traumi (complessi epidici, rapporto morboso con la Madre, deliri di onnipotenza): nel delirio delle immagini, del dolore pensato, è il sentimento di vecchiaia che spinge verso Vite nuove (liberare il Mostro è l’ultimo accesso alla “Nuova Vita”, che per esperienza del protagonista è solo distruzione, sangue, nicihilismo), e che lo porta necessariamente alla non esistenza.<br />
<strong>La Morte ci accompagna, e preme dentro le nostre viscere. Il segno A sopra il nostro petto.</strong></p>
<p><strong> Prossima programmazione gruppo A</strong><br />
sabato 23 settembre 17.00 teatro Strehler</p>
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