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Music makes the people come together

Music makes the people come together

Un ponte, due città
Il ponte sul Bosforo che taglia l’immensa Istanbul è, non solo geograficamente, il simbolo di un dualismo da sempre presente in un luogo a cavallo fra due mondi: Alexander Hacke, ispiratosi a una massima confuciana che definisce l’entità culturale di un popolo, di una città, di un paese attraverso la musica, si avventura alla scoperta della voce delle due Istanbul, quella che porge la mano all’Europa cercando di limare gli spigoli di durissimi, passati governi e repressioni, e quella profondamente legata all’Oriente, dalle tradizioni Rom all’Egitto. Il viaggio di Hacke diviene di riflesso quello di Akin, nato in Germania da immigrati turchi e certamente privato di parte del retaggio culturale della sua madrepatria, e, di ritorno, il nostro, alla scoperta di una metropoli sconosciuta e affascinante o, per tutti coloro i quali hanno avuto la fortuna di perdersi nelle sue strade, di una seducente, mai davvero scoperta meraviglia di sentimenti e passioni. Religioni ed etnie si mescolano, o tentano di farlo, quasi come le contaminazioni musicali e i diversi generi.
Se si potessero allargare ulteriormente gli orizzonti, si potrebbe quasi accostare questo calore, questo ritmo pulsante alle improvvisazioni blues e jazz che dall’Africa, passando attraverso la Louisiana e gli stati del Sud, hanno cambiato la storia della canzone nei così lontani Stati Uniti. E proprio da questi ultimi giovani importano il gangsta rap fatto di sparatorie, donne e macchine e lo trasformano in uno strumento politico, un richiamo per le nuove generazioni minacciate dal crescente utilizzo delle droghe, in un nuovo volto da dare alla musica turca e al suo impatto verso il grande pubblico. Diversi gruppi, diversi stili, diverse scelte di vita dunque: da pantaloni larghi e freestyle a maglioni sdruciti e marciapiedi come materasso, eppure una sola volontà. Quella di guardare oltre, prendere i due lati del Bosforo e e portarli, ponte oppure no, Europa o Asia, verso il futuro.

Istanbul story
Osservando Hacke passeggiare sulla via del ritorno al suo albergo all’alba, accompagnato nelle strade deserte di una Istanbul sempre più magica solo da un cane randagio, tornano alla mente le splendide immagini che un altro cineasta tedesco catturò, insieme ai suoni, alla scoperta di una città dalla grande storia come Lisbona: Wim Wenders, che con il suo Lisbon Story (id, 1995), pur attraverso un linguaggio cinematografico più compiaciuto e magicamente ipnotico, diviene in qualche modo il precursore di questa operazione del cineasta turco/tedesco, che, prima di cimentarsi nelle fatiche di un nuovo lungometraggio dopo i successi del suo precedente lavoro, pare essersi voluto prendere una pausa di riflessione per tornare a scoprire le sue radici più profonde, quasi emulando Cahit, il protagonista de La sposa turca che tornava in patria dalla Germania per ritrovare se stesso, prima ancora dell’amore.
Nel melting pot di canzoni catturate da Hacke si torna davvero a pensare che Confucio doveva avere ragione, definendo un luogo attraverso i suoni dallo stesso prodotti: impossibile, per uno straniero come il musicista alla ricerca dei segreti della città, comprendere a fondo Istanbul, eppure, innamorandosi della sua musica, come lo stesso Hacke dichiara il giorno della sua partenza, ci si accorge, in qualche modo, di essersi innamorati anche del luogo che ha ispirato ogni singola nota di questi misteriosi accordi.

Curiosità
Alexander Hecke, autore della colonna sonora de La sposa turca e narratore di Crossing the bridge, è il bassista degli Einsturzende Neubauten, storico gruppo dell’avanguardia rock tedesca. Orhan Gencebay, volto storico della musica turca, oltre ad avere all’attivo quattordici film da attore, è autore di colonne sonore e star di successo. Curioso scoprire che in oltre trent’anni di carriera non si sia mai esibito dal vivo, se non per occasioni speciali come la realizzazione di questa pellicola.

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