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Intervista a John Lasseter

Toy Story, A Bug’s Life, Cars. Oltre a essere uno dei più prolifici registi della Pixar, ne è anche il direttore creativo. Con lui abbiamo parlato della sua ultima produzione, Cars.

Questa è una storia che la riguarda personalmente. Come è nata questa idea?

È vero, Cars è una storia personale, prima di tutto perché sono cresciuto a Los Angeles, che può essere definita la capitale delle automobili; poi perché mia madre era un’insegnante di arte che mi ha trasmesso l’amore per i fumetti e per il disegno. Mio padre lavorava per un rivenditore della Chevrolet e io anche lavoravo lì nei weekend e d’estate. Ricordo che la Chevrolet era il massimo fra le auto dell’epoca. In realtà sono sempre stato in qualche modo vicino alle macchine da bambino. Perciò il film unisce due lati del mio mondo, mia madre, mio padre e la mia passione per le automobili.
Inoltre, è una storia molto personale perché contiene un messaggio che ho imparato sulla mia pelle. Dal 1990 al 1999, ho lavorato nei primi tre film della Pixar, Toy Story, A Bug’s Life e Toy Story 2, che sono stati realizzati uno dopo l’altro. Poiché lavoravo troppo, mia moglie a un certo punto mi ha detto: “Un giorno ti sveglierai e ti renderai conto che i tuoi figli sono andati al college e non te ne sei neanche accorto.”
Aveva ragione. Perciò, dopo Toy Story 2, mi sono preso un lungo periodo di pausa. Io e mia moglie abbiamo comperato una roulotte per fare un lungo giro degli Stati Uniti, senza una vera meta. Volevamo solo partire dall’Oceano Pacifico e arrivare all’Oceano Atlantico.
Già sapevo che i personaggi del mio film successivo sarebbero state delle automobili ma non avevo ancora nessuna idea della storia. Dopo quell’estate, invece, avevo deciso: volevo mostrare il viaggio della vita. Si possono raggiungere tutti gli scopi, ricevere tutti gli onori e ottenere tutte le cose che si desiderano, ma è più bello se questo succede insieme a chi ti vuole bene, alla propria famiglia e agli amici, a quelle persone che partecipano al tuo viaggio metaforico. Questa è la vita, un viaggio.

Il viaggio è il messaggio del film, ma non è anche un film sulle automobili?

Ma certo. Il film parla di automobili. È pieno di bellissime macchine che diventano dei veri e propri personaggi, dando vita a una storia molto toccante. Mia moglie, che non ha alcun interesse per le auto, mi ha avvertito fin all’inizio: “Fai in modo che questo film non sia solo per i fanatici delle auto, c’è tanta gente che non conosce e che non ama le macchine, che la usano solo per spostarsi da una parte all’altra sperando che non si rompa.”
Io ovviamente non credevo che ci fosse gente del genere al mondo ma lei era molto certa di quel che diceva.
Perciò per tutto il film abbiamo considerato il cosiddetto “fattore Nancy”. L’abbiamo tenuto a mente per essere sicuri che questo film potesse essere apprezzato anche da chi non ama particolarmente le automobili. Invece, per chi le ama, abbiamo curato tutti i dettagli perché ci sono molti film live-action sulle auto e sulle gare in cui i filmmaker si prendono delle libertà che alla fine non sono credibili. Non volevo che questo accadesse con Cars, abbiamo puntato alla massima veridicità e quindi abbiamo studiato ogni minimo particolare, avvalendoci del supporto di alcuni esperti. Le auto sono dei personaggi quindi parlano, si muovono; poi abbiamo curato i dettagli come i colori delle auto e i loro suoni.

Come vi è venuta in mente la Route 66? L’avete esplorata in lungo e in largo e che tipo di ricerche avete svolto?

Credo molto nella fase preliminare delle ricerche. Per questo film eravamo molto motivati. Sembra così strano parlare della storia del nostro sistema autostradale e di quello che c’è dietro. La cosa interessante è che le vecchie autostrade, esistite per anni, prima passavano per la campagna, attraversavano ogni città diventando la loro strada principale. Perciò i viaggiatori trovavano tanti punti di riferimento, tanti posti carini, dove potersi fermare. Ancora non c’erano le grandi catene di ristoro nazionali, perciò la cucina era tutta regionale. Ogni posto era unico e particolare.
Il sistema autostradale interstatale è stato costruito allo scopo di portare le persone da un punto all’altro, il più velocemente possibile. Hanno perforato montagne e riempito vallate, evitando di passare per le città. In questo modo l’autostrada ha perso le sue tipicità, ogni luogo è diventato uguale all’altro. Sono state create le grandi catene di ristoro nazionali in cui la gente, ovunque si trovi, può mangiare nello stesso ristorante e ordinare lo stesso hamburger. È comodo, perché non devono uscire dalla strada, ma nessuno si rende conto che, evitandole solo per risparmiare qualche minuto, queste cittadine sono ormai morte. La loro linfa vitale era il traffico e la loro gente viveva di questo flusso di passaggio. [img4]I loro abitanti raccontano che ogni mattina si svegliavano senza sapere chi avrebbero incontrato quel giorno, certi però che ogni giorno sarebbe stato speciale. Non avevano bisogno di viaggiare, perché era il mondo che veniva da loro, ma per la causa del progresso, tutto ciò gli è stato tolto. Gli è stato spiegato che il fatto di consentire ai viaggiatori un tragitto più veloce era più importante della loro vita, della loro vitalità, della loro città. Questa storia ci ha molto toccato durante i nostri sopralluoghi. Abbiamo parlato con quelle persone, che ormai hanno gettato la spugna, e molti di loro hanno lasciato le loro case per trasferirsi nelle più moderne località costiere. Dicono che le zone interne sono morte, che ci sono intere cittadine ormai abbandonate a se stesse.

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