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Commedia in serie

Commedia in serie

Classe 1986. Bella, maliziosa, sempre super patinata, reginetta indiscussa del gossip dello star system. È Lindsay Lohan, starlett sulla cresta dell’onda che ha iniziato a interpretare teen comedy e ne è diventata, salvo che poi non si riveli l’ennesima meteora, una sorta di icona made in Usa: da Genitori in trappola (The parent trap, Nancy Mayers, 1998) a Mean Girls (id., Mark Waters, 2004) è arrivata a recitare con il maestro Robert Altman in Radio America (A primarie Home Companion, 2006). Con Baciati dalla sfortuna torna a interpretare il ruolo della ragazzetta americana in un film che sembra creato, cucito e tagliato appositamente su di lei. Il pubblico di adolescenti si potrà infatti anche entusiasmare davanti a questa pellicola così glamour e vacua, ma superata la soglia dei teen, al di là di qualche divertente battuta, il pubblico adulto si sentirà quantomeno tremendamente annoiato.

Un film senza nessun interesse particolare, dalla sceneggiatura a tratti addirittura pretenziosa, tanto crede di poter far ridere. Una pellicola da dimenticare in cui le numerose gag non riescono a supportare la pellicola e le slapstick sono tutte improntate alla banalità e al canovaccio delle commedie medie. A fare da legante al tutto la fortuna, dea implorata e bistrattata: sembra essere molto caro il concetto di fortuna al regista Petrie che si è servito di lei già nel suo secondo film La fortuna bussa alla porta… (Opportunity Knocks, 1990); se però alla fortuna il regista non unisce un po’ di talento, la strada da fare sembra davvero complicata.

Una commedia che niente aggiunge alla storia del cinema: unico intento, come d’altronde lo è quello di numerose altre pellicole che fanno dell’interprete protagonista l’unico motivo d’esistenza, sembra essere quello di consolidare e rafforzare la fama delle varie stelle e stelline del momento, in questo caso l’evanescente Lindsay Lohan. L’amaro in bocca più difficile da deglutire è constatare come un regista che aveva esordito con un film di tutto rispetto come Mystic Pizza (1988), si sia poi incanalato nella teen comedy americana patinata, senza mai uscire dai canoni della pellicola fatta in serie: la trama, la presentazione dei protagonisti, il climax della storia, l’introspezione psicologica mediocre e superficiale, l’happy end finale; la fabbrica Hollywood sforna e sforna prodotti fatti in serie, li vende e si fa ricca. Impoverendo l’immaginario dell’ingenuo spettatore. In un deserto di emozioni come questa pellicola l’unico interesse sembra essere la giovane band inglese presente nel film: i McFly, nuovo gruppo della scena musicale londinese che sta riscuotendo un enorme successo tra i più giovani.
Un film su cui poco rimane da dire se non che si può essere leggiadri quando sotto le basi sono solide, altrimenti si lascia la sensazione di essere semplicemente vacui.

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