hideout

cultura dell'immagine e della parola

La scoperta di Linus

Non so voi, ma da tre settimane a questa parte io galleggio. In qualità di telespettatore, mi trovo sospeso in un limbo, rinchiuso in una sorta di anticamera del futuro in cui gli stimoli arrivano col contagocce. In attesa che la situazione politica si stabilizzi (ammesso che lo faccia), il carrozzone del duopolio televisivo procede con l’andatura di un autotreno carico di pollame che si inerpica su una salita di montagna col freno a mano tirato.
L’occasione è dunque propizia per chi vuole addentrarsi nel sottobosco delle cosiddette “reti minori” in cerca di compagnia.

Questa mattina l’ho fatto. Mi sono sintonizzato su All Music è ho dato un’occhiata a Deejay chiama Italia, il curioso esperimento multimediale che da gennaio si offre ogni mattina, da lunedì a venerdì, dalle 10 alle 12, in contemporanea televisiva, radiofonica e internettiana.
Hey ragazzi, perdonate il colpevole ritardo con cui lo annuncio: questa trasmissione è meravigliosa.
Se dovessi recensirlo in due righe scriverei “un format coraggioso quanto godibile nobilitato da un tocco autorale leggero e deliziosamente arguto”.
Ma visto che Hideout mi concede addirittura qualche migliaio di battute per ogni articolo, mi permetto di approfondire un poco il discorso.
Dunque, dando per scontata l’assoluta bravura di Linus e Nicola Savino, da anni al timone della versione meramente radiofonica del programma, ciò che va sottolineato è l’estrema sapienza con cui è stata realizzata la trasposizione sul piccolo schermo.
Qui ci ha messo le mani qualcuno che di linguaggio televisivo ne sa parecchio: siamo di fronte a una grammatica studiata fin nei minimi particolari da autori consapevoli e smaliziati. Ce n’è abbastanza da far girare la testa a chi si approccia alla Tv con fare analitico.

Se vogliamo darci arie da intellettuali, possiamo discutere del fatto che Deejay chiama Italia si diverte a mettere alla prova l’assunto di McLuhan per cui “il mezzo è il messaggio” partendo da un messaggio-base (il parlato dei conduttori) e osservandone le mutazioni al moltiplicarsi dei mezzi coinvolti.
Un concetto ostico, che diventa facile se osserviamo la struttura del programma televisivo.
Le telecamere ci mostrano lo studio radiofonico nella sua interezza (sala speaker, sala regia e redazione), cogliendo sia i momenti “in onda”, nei quali la Tv diventa una radio con le immagini, che i “fuori onda”, durante i quali lo spettatore si trova immerso nel “dietro le quinte” della trasmissione.
La presenza dell’apparato televisivo è discreta: Linus e Nicola, così come i tecnici e i redattori, sembrano non accorgersene, gli sguardi in camera sono totalmente assenti. Talvolta ci vengono proposte fotografie che commentano il parlato, ma non appaiono mai a tutto schermo: vengono saggiamente riprese dagli schermi dei PC che i conduttori hanno davanti a sé.
L’unico elemento esterno all’ambientazione radiofonica è la scritta in sovrimpressione che ci segnala se siamo “in onda” o “fuori onda”.
Non stiamo solamente guardando la radio, ma non stiamo neanche fruendo della semplice Tv.[img4]
Dal punto di vista semiotico, osserviamo che gli autori hanno saputo estendere i confini dell’enunciazione del messaggio radiofonico generando un raro esempio di “originale televisivo”.

Dal punto di vista dei generi, possiamo ipotizzare di trovarci di fronte al primo reality basato su un talk-show. Secondo un ottica più generale, infine, vediamo aprirsi davanti ai nostri occhi nuove frontiere comunicative multicanali e multimediali in cui i diversi mezzi concorrono con le proprie specificità alla trasmissione di contenuti di qualità.
E io mi trovo finalmente scosso da brividi di piacere.

Non c'è ancora nessun commento.

Lascia un commento!

«

»