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L’ultima scuola a sinistra

L’ultima scuola a sinistra

Il fine giustifica i mezzi
Fin dalle sue origini, con Todd Browning, George Waggner e James Whale, il cinema horror ha abilmente celato inquietudini sociali e metafore del mondo reale grazie alle maschere dei suoi mostri: con il passare dei decenni, pur se confinate ad una nicchia del cinema da innumerevoli prodotti scadenti, le pellicole classificate come horror hanno trovato la mano revisionista di maestri del genere come Romero, Hooper, Craven, Barker, Yuzna, a suo modo Cronenberg, giungendo fino alle recenti scoperte orientali, trascinate dai deliri visivi di Takashi Miike, certamente debitore del più illustre David Lynch.
L’Italia, soprattutto nel ventennio sessanta e settanta, si è distinta in tutto il mondo grazie all’operato di Mario Bava, Lucio Fulci e Dario Argento, capaci, con le loro opere, di generare una sorta di “movimento” che avrebbe influenzato generazioni intere di cineasti d’oltreoceano: fortunatamente, dopo anni di silenzio, l’horror nostrano è tornato a sfornare un prodotto, certo non grazie alle grandi case di produzione, capace di rendere giustizia ai fasti del passato, e, seppur realizzato con mezzi e risorse a dir poco limitate – per intenderci, chiunque con una camera a spalla e un buon pc potrebbe avere a disposizione lo stesso “organo di produzione” di Bianchini -, in grado di tenere la distanza e far saltare sulla sedia in più di un occasione. Una lezione importante, dunque, e uno stimolo per tutti gli aspiranti registi desiderosi di dare libero sfogo alla creatività: il talento non è subordinato ai mezzi, e quando, pur non avendo idee originali o innovative – la trama della pellicola non è certo rivoluzionaria, pensando agli standard di genere -, si dimostra di conoscere a fondo il linguaggio cinema e si è dotati di un’ottima capacità di narrazione, i risultati sono immediati e riconoscibili.
La speranza che opere come questa, in futuro, possano trovare maggiore spazio, nelle sale non solo locali, è concreta, in attesa che il cinema italiano si risvegli dal torpore che pare averlo attanagliato quasi senza soluzione di continuità negli ultimi anni: Bianchini ha risposto presente e, in questa grande “scuola”, tanti altri “alunni” sarebbero disposti ad alzare la mano.

Scuole perdute
Lo stereotipo della scuola come “nemica” degli studenti è stato uno dei cardini del cinema horror, soprattutto negli anni ottanta, quando, con il mondo degli adulti, rappresentava il vero e proprio “buco nero” tra lo studente e il suo futuro: Bianchini, classe ’68, deve avere amato e “studiato” i Nightmare (Nightmare on Elm Street, W. Craven, 1984) e Society – The horror (Society, Brian Yuzna, 1989), filtrandoli attraverso il Kubrick di Shining (id., 1980) e le opere più recenti di Lynch e, appunto, Takashi Miike, da cui pare aver ereditato un gusto spiccato per il delirio più assoluto. Il riscatto dello studente – bravissimi i tre protagonisti – passato attraverso una “bravata”, diviene il confronto con l’orrore del mondo adulto: satanismo, sette, complotti, misteri e incubi a incastro che arricchiscono la struttura ad anello basata sul flashback, e che, salvo alcune eccezioni, trovano la struttura – e, indubbiamente, i momenti migliori – nel “non visto”. La costruzione della tensione nelle singole scene, infatti, assume un’intensità enorme rispetto ai mezzi avuti a disposizione dal regista, e quasi come in uno sberleffo nei confronti dello spettatore, pare subire una sorta di “reset” ad ogni incontro fisico con l’identità orrore: l’associazione più immediata è quella, per l’appunto, di un incubo che pare finire di fronte alla rivelazione del male per poi, semplicemente, tornare a inserirsi in un contesto ancora, se possibile, peggiore, più macabro e sconvolgente.
Fortunatamente il mercato home video l’ha “restituito” al pubblico italiano, permettendo anche ai non friulani di tuffarsi in un incubo reso ancor più vivido dalla rustica realizzazione e, senz’altro, agli appassionati di genere di vivere una delle più “liete” sorprese degli ultimi anni.

Curiosità
La pellicola, girata interamente con una Canon XL1 a spalla in miniDV, ha richiesto un anno di riprese, per un totale di 22 cassette da 60 minuti. Lorenzo Bianchini, regista, sceneggiatore e montatore, ai tempi della realizzazione lavorava presso lo stesso istituto scolastico, principale location delle riprese, in qualità di assistente al laboratorio audio / video.
Il film, girato nel corso del 2001, ha avuto spazio e adeguata distribuzione soltanto l’anno scorso, quando, a seguito di riconoscimenti ottenuti in Friuli e ottime recensioni ricevute all’estero, fu segnalata sul Corriere della Sera, più che altro per la curiosità della scelta di girare il film in dialetto friulano.

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