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cultura dell'immagine e della parola

Mulholland try

Mulholland try

Il riferimento è quanto mai palese fin dalle prime inquadrature: incidente d’auto, amnesia del protagonista al risveglio, assenza di riferimenti concreti. E’ solo l’inizio: scorrendo la pellicola è sempre più palpabile la volontà del regista – il Marc Forster di Monster’s Ball (id., 2001) e di Neverland – Un sogno per la vita (Finding neverland, 2004) – di richiamare se non riprodurre atmosfere lynchane: inquadrature artificiali scivolano l’una nell’altra secondo una pretesa non-logica dell’onirico, certi occhi diventano ‘altri’ occhi, la macchina da presa si muove talora insinuandosi nelle pieghe di una trama apparente con l’intenzione di disorientare lo spettatore. Ma Forster non è Lynch, e quel che ne risulta non è all’altezza delle intenzioni, che pure non sembrano cattive (che il problema sia proprio questo?!). Cosa si muove in noi sul confine tra la vita e la morte? Il soggetto è interessante pur nel debito scoperto con Mulholland drive (id., David Lynch, 2001), ma la sceneggiatura non possiede respiro e si tiene alla larga da una vera angoscia. L’indagine su certi meccanismi della psiche non viene portata fino in fondo ed è inquinata da alcuni clichè del genere piazzati un pò qua un pò là: la tipologia dell’artista maledetto, per esempio, avrebbe bisogno di un restyling. E via ancora, scalinate di Escheriana memoria, il teatro come luogo di confine tra più dimensioni e annessi riferimenti all’Amleto, morti che non sanno di esser morti, etc. Il film arranca, barcolla, forse si compiace troppo di un montaggio che vuole deformare la consequenzialità degli eventi e la presunta realtà del plot.

Gli attori contribuiscono al pessimo risultato finale: il diafano protagonista risulta poco credibile, così come Naomi Watts (ma tu guarda il caso…!) non concede molto delle doti recitative mostrate altrove. Su McGregor, invece, la domanda è: perchè non gli hanno messo i calzini? Chi vedrà il film, capirà la valenza dello strano interrogativo qui posto. Anche i comprimari (tra cui Bob Hoskins) non si fanno notare per la loro abilità.

Citando Calvino, “la vita è un insieme di avvenimenti di cui l’ultimo potrebbe cambiare il senso di tutto l’insieme”. Così talvolta i film, ed è quello che dovrebbe succedere qui. E’ un peccato che l’accadimento finale non abbia qui il potere di riscattare un insieme di immagini e dialoghi confuso e maldestro, incapace di inquietare davvero, che finisce con l’essere irrimediabilmete noioso.
Sia in patria che sul mercato europeo, un giustificatissimo flop.

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